sabato 4 febbraio 2023
giovedì 10 novembre 2022
Il merito come nudo nome e come processo sociale
di Giorgio Mascitelli
La nuova denominazione del ministero dell’istruzione in istruzione e merito ha suscitato un’ondata di discussioni perché molti commentatori hanno temuto, e qualcuno auspicato, che sotto tale denominazione si nascondesse il tentativo di rianimare nella scuola le vecchie pratiche selettive, che ancora allignano in qualche liceo, che comportavano l’allontanamento dalla scuola tramite la bocciatura di una parte considerevole di alunni non brillanti e spesso appartenenti alle classi popolari. Insomma, per parafrasare una vecchia canzone di Ivan Della Mea, vi è il timore di una nuova volontà di usare l’arma del voto per escludere tutti quelli che sono più deboli e non adeguati. Il problema di questa tesi è che la stessa Giorgia Meloni, nelle sue abbastanza rare uscite pubbliche sulla scuola, non sembra affatto sostenere un discorso di questo genere: ha proposto, nella scorsa primavera alla conferenza di partito, di abolire le bocciature nella scuola secondaria, per sostituirle con un sistema di livelli e di scelta della materie, simile a quello britannico. Anche se nel programma elettorale di Fratelli d’Italia non c’è traccia di una simile proposta, l’impegno a contrastare la dispersione scolastica e l’invito a limitare i compiti a casa sono presenti e appaiono difficilmente conciliabili con un ritorno della selezione o meglio con quello che un tempo si sarebbe inteso con tale parola.
In realtà coloro che individuano nella parola ‘merito’ il segno di un ritorno a qualche forma di classismo non sbagliano del tutto perché il riferimento al sistema inglese, uno dei più ferocemente classisti al mondo, anche se privo dell’istituto della bocciatura, è eloquente e questo tutto sommato non può sorprendere in una forza politica reazionaria e conservatrice come quella guidata dalla presidente del consiglio. Infatti il merito, ossia la selezione, oggi nella scuola non passa più per l’allontanamento di una parte di studenti, ma piuttosto attraverso la costituzione di un sistema scolastico a più livelli, in cui possibilmente chi si trova nella terza categoria non deve rendersene conto. Alcune misure in Italia vanno già in questa direzione: per esempio l’introduzione delle prove INVALSI usate per stabilire una graduatoria di merito tra gli istituti virtuosi e quelli meno performanti, anziché come strumento per individuare situazioni critiche su cui intervenire, oppure i Rapporti di Autovalutazione delle scuole, che, specie nella scuola dell’obbligo, diventano strumenti di orientamento delle iscrizioni operanti una selezione sociale a monte. Insomma nel futuro, ma è un futuro che è già cominciato, la scuola del merito ossia della selezione non vedrà l’allontanamento da scuola di studenti bocciati su programmi scolastici particolarmente impegnativi, ma consisterà nella formazione di un sistema di scuole a più velocità, nel quale le migliori saranno tali non per il grado di difficoltà del piano di studi, ma perché definite così da classifiche di rendimento redatte spesso da istituti privati con criteri ed elaborazioni statistiche discutibili. Il problema semmai è che anche la Buona Scuola e altri provvedimenti del centrosinistra si muovono in un’ottica simile, del resto in tutto l’Occidente le politiche scolastiche sono dettate dall’OCSE, pur con qualche adattamento al contesto nazionale, secondo un modello mercatista e liberista bipartisan.
Così il neoministro dell’istruzione e del merito ha spiegato, secondo una consolidata retorica neoliberale, che la nostra è una scuola classista e il merito è strumento di uguaglianza per superare le differenze. Si tratta di formule generiche che non avrebbero avuto difficoltà a usare neanche i suoi predecessori di diversa posizione politica e questo non in ragione di una particolare fumosità del ministro Valditara, ma perché da circa trent’anni le politiche scolastiche sono accompagnate da cortine fumogene in una sorta di neolingua di orwelliana memoria in cui dichiarazioni di principio progressiste sono seguite da provvedimenti di tutt’altro genere. Per esempio il ministro ha confermato il sistema di reclutamento degli insegnanti creato dal suo predecessore che prevede la laurea magistrale, la raccolta di 60 crediti tramite corsi preparatori delle università, un periodo di tirocinio con prova finale abilitante e successivo concorso per il posto di assunzione a cui seguirà, come oggi, un anno di straordinariato. Questo è indubbiamente un percorso meritocratico della durata di 10 anni circa, giusto il tempo che serve per diventare professo della Compagnia di Gesù e che non ha pari in nessun sistema scolastico del mondo, il tutto naturalmente per occupare una posizione lavorativa da 1500 euro al mese e anche meno nei primi anni in un paese in cui la considerazione sociale degli insegnanti è, a dir poco, scarsa. Si tratta in realtà di un blocco delle assunzioni spacciato per percorso di merito, che produrrà nella scuola pubblica un’ampia diffusione del precariato per occupare i posti vacanti con la conseguente ricaduta negativa sulla qualità dell’insegnamento. Proprio questo particolare ci ricorda che una delle caratteristiche delle parole ‘merito’ e ‘meritocrazia’ è la loro plasmabilità per qualsiasi significato concreto, la quale, unita alla popolarità del concetto dovuta alla sua evidenza lapalissiana, in quanto è difficile trovare chi si possa dire contrario al principio per cui ogni posto deve essere occupato dalla persona più meritevole per quel tipo di posto, rende questi termini dei perfetti passepartout linguistici per coprire qualsiasi tipo di operazione di potere.
Del resto la storia del termine ‘meritocrazia’ è particolarmente eloquente. Coniata nel 1958 dal sociologo inglese, vicino al partito laburista, Micheal Young con L’avvento della meritocrazia, una sorta di pastiche di un saggio sociologico che l’autore finge di comporre nell’allora lontano 2033 per dare una giustificazione pseudoscientifica alle pretese delle classi superiori, l’espressione ha all’origine una valenza ironica e critica del discorso con cui nelle società capitalista i ceti alti giustificano i propri privilegi. Questa originaria accezione satirica si perde quasi subito e sia in inglese sia in italiano la parola viene usata in maniera seria, indubbio segno della vittoria culturale dello spirito del capitalismo e del privilegio, essa ha particolare successo tra coloro che appartengono ai ceti perdenti perché vedono in questo principio una possibilità di riscatto dalla loro posizione, dimenticando che chi definisce cos’è il merito e chi sono i meritevoli di solito appartiene a classi diverse dalle loro. E così oggi il merito può diventare nel senso comune un rimedio al classismo.
Vi è però un altro aspetto curioso di questo discorso sul merito. Nella scuola classista tradizionale chi arrivava al termine poteva effettivamente vantare un livello culturale molto elevato, cioè l’idea che il merito fosse premiato aveva una sua validità empirica nell’esperienza di molti, anche se questo non cancellava gli aspetti classisti di quella scuola, perché coloro che primeggiavano in quel percorso indubbiamente giungevano a livelli culturali e disciplinari molto elevati. Oggi con il termine merito si indica piuttosto un’educazione che propone un mix di norme di una sorta di galateo internazionale e qualche competenza tecnica, di solito di tipo economico, che il sociologo canadese Alain Denault ha chiamato mediocrazia per metterne in luce la piattezza e il conformismo culturale nascenti da un sistema che premia la mediocrità, il cui motto può essere ben rappresentato dalla paradossale esortazione dello stesso Denault “ Mettete da parte i testi difficili, basteranno i libri contabili”. Due episodi apparentemente diversi illustrano con chiarezza la natura di questa mediocrazia meritocratica: alcuni anni fa la scoperta del plagio della tesi di dottorato di una nota esponente politica tedesca lungi dall’averne bloccato la carriera l’ha portata ai massimi vertici politici ( in un sistema elitario questo non sarebbe successo non per ragioni etiche ma perché l’abito mentale di chi copia una tesi è incompatibile con la capacità di prendere decisioni in condizioni di incertezza e di informazione incompleta, che è la qualità principale di un dirigente politico), e l’anno scorso, in occasione del concorso per i docenti tenutosi in Italia, la rivelazione di numerosi errori nelle domande dei quiz, valutati in maniera così severa da causare la non ammissione della maggioranza dei candidati, riscontrati da vari specialisti nella rispettiva materia, ci rivela che l’idea corrente di merito è quella di assenza di controllo e di senso del limite dei superiori.
Dal punto di vista storicosociale non è strano che l’asserita meritocrazia corrisponda nei fatti a questa mediocrazia perché il sistema scolastico novecentesco, diciamo quello prima della scolarità di massa, era caratterizzato da un marcato classismo nella trasmissione del capitale culturale, ma questo capitale culturale era fatto anche da una serie di conoscenze e di saperi che richiedevano lo sviluppo di alcune qualità intellettuali in quanto il processo sociale della scuola era influenzato da una borghesia delle professioni, che doveva la propria posizione e il proprio prestigio non solo alle relazioni e ai beni ereditati ma anche alla propria cultura e alle sopraccitate qualità intellettuali. Oggi invece, poiché il successo si misura unicamente in termini di denaro e il modo statisticamente più diffuso per guadagnarlo è quello di ereditarlo, tutta questa storia del capitale culturale perde un po’ d’importanza ( non del tutto perché nel capitale culturale, secondo la classica definizione di Bourdieu, sono da includere anche le relazioni sociali e le conoscenze, che ovviamente anche oggi hanno un peso). Del resto non è una novità storica: l’affermazione dell’importanza dell’educazione e della formazione, specie nell’età evolutiva, è legata allo sviluppo di una borghesia che doveva al proprio ingegno e alle proprie capacità l’ascesa sociale, mentre nell’aristocrazia, in cui la posizione si ereditava alla nascita con il proprio titolo, si dava alla formazione molta meno importanza ( un po’ di francese per la società, dei rudimenti di religione, uno strumento musicale o il canto per le ragazze, un po’ di addestramento militare per i maschi, insomma quelle che qualche tecnico odierno potrebbe chiamare le competenze per il diciannovesimo secolo). Naturalmente le nostre società vivono ancora sulla promessa alle classi meno abbienti del miglioramento delle condizioni dei figli tramite un’ascesa sociale grazie agli studi, che gli studi non possono garantire in realtà se non a pochi; in un contesto del genere allora occorre svuotare la scuola di contenuti che non serviranno ai molti destinati a lavori non qualificati. Non essendo però possibile affermarlo in maniera diretta, per via degli ovvi rischi di proteste, ecco allora che il discorso sul merito svolge la funzione ideologica di nascondere questo processo.
venerdì 21 ottobre 2022

Cari amici,
sono felice di informarvi che è appena uscita presso l'editore Manni, di San Cesario di Lecce,"L'ultimo spiraglio", la mia prima raccolta di racconti.
Si tratta di venticinque narrazioni di lunghezza variabile incentrate sulle relazioni umane e sui sentimenti a volte contrastanti che caratterizzano la quotidianità.
Sono fermamente convinto che in questo momento storico così buio e terribile, l'unica speranza per poter sopravvivere sia quella di ritagliarsi uno spiraglio a partire dal quale poter far sentire la propria voce.
Vi abbraccio
Tommaso
domenica 5 giugno 2022

Mia moglie Isabella, ieri dopo la scomparsa della sua e nostra amica Manuela, morta tragicamente di tumore a 44 anni,e la cui famiglia stretta non se n'è presa cura fino alla fine organizzando per altro un funerale in fretta e furia al quale tanti di noi non sono potuti andare, ha scritto questa riflessione importante:
" Riflettendo sulla giornata di oggi, penso che la cattiveria umana non abbia limiti. Le persone in agonia vanno accompagnate fino alla fine, non dovrebbero essere lasciate sole. Soprattutto se questo avviene tra familiari. In alcune società i funerali non vengono officiati frettolosamente perché si deve rispettare il distacco dell’anima dal corpo oppure che la mente sia lucida per la definitiva separazione.
mercoledì 4 maggio 2022
IL MIO AMICO DA SEMPRE STEFANO AGNOLETTO SCRIVE OGGI SU FB:
martedì 15 marzo 2022
Cercando un’altra vita. Storie di profughi al confine
La grande fuga. Alla frontiera tra Romania e Ucraina il racconto di chi fugge e di chi lo aiuta
Lavinia NocelliSIGHET
C’è un vociare isterico che riempie l’aria, e una viscida pioggia che si attacca ai vestiti. Ci sono le camere che avvinghiano i primi piani sfigurati dal dolore, i giornalisti che si spartiscono i reduci dal fronte, le parole di circostanza distillate in sequenza. Dietro chi porta fogli, documenti, pane, acqua, e delle coperte per proteggersi dal freddo. Al confine di un guerra raccogli i pezzi di ciò che arriva: una fuga racchiusa in una busta di plastica, uno smarrimento a cui non sai dare risposta, la rabbia nascosta. Quello che resta delle persone, e gli incubi che incontri nei loro sguardi. Non senti il suono delle sirene, quello del fuoco che squarcia un palazzo, né dei passi che corrono sotto un bunker per ripararsi da un attacco e le grida susseguirsi. La sensazione è quella di assistere ad una rincorsa alla tragedia provvisoria, di scorrere immagini conosciute e parole inconsistenti. Ma non c’è niente che puoi raccontare qui, perché non c’è nulla che non sia già stato scritto.
Pioviggina ad Oradea, spira un vento gelido che oscura i profumi primaverili stagionali. Kateryna si avvicina mentre compilo i dati alla reception, avvolta da un corpo gracile e accompagnata da un passo tremolante. Viene dall’Ucraina, mi dicono dal bancone, “la ospitiamo qui da ieri”. È arrivata a notte fonda insieme a Margarita, la figlia, e un danese dalle orecchie grandi. Kiev è un ricordo lontano, sussurra a voce bassa, forse la prossima destinazione è il Portogallo, forse la Francia. Margarita non è contenta, non vuole partire, ma con le bombe sopra casa non è possibile tornare indietro, e si deve andare avanti, anche con un figlio di diciannove anni bloccato dall’altra parte del confine. A cena i piatti vengono lasciati raffreddare mentre si parla della partenza del giorno dopo: Mircea guiderà fino Târgu Mureș, e poi da lì si deciderà il da farsi. Adriana mastica un po’ di inglese mentre si assicura che i documenti siano in regola, Florin sta al telefono e organizza i nuovi ingressi in hotel: entrambi lavorano come dipendenti nella struttura, ma in questi giorni stanno facendo molto di più per accogliere tutte le persone che arrivano, arrangiare i loro spostamenti, e garantirgli un pasto caldo ed una camera pulita.
Mentre parliamo arriva un’altra famiglia: sono in cinque, tre bambini, il padre e la madre. Mykola è riuscito a passare perché ha tre figli, ma da Odessa non è stato facile spostarsi. “Eravamo in Crimea l’ultima volta che sono arrivati, siamo fuggiti ancora”. Cosa ci propongono questi russi, mi chiede Mykola mentre stropiccia i bordi della tovaglia. “La Russia esiste da trecento anni, cosa rappresenta?”. Tre giorni dalla Moldavia per arrivare in Romania, per il Portogallo ne serviranno altrettanti. “Abbiamo chi ci ospita, poi si vedrà”.
All’alba incontro Kateryna. Prima di partire vuole darmi il numero di alcuni cugini vicino Parigi: mi chiede delle persone, se la lingua è difficile, dei monumenti da visitare. Si stringe nei suoi occhi affossati, scuri, mentre mi abbraccia. “Non so se è la scelta giusta da fare”, ma è l’unica possibile per ora. Per arrivare a Sighet, il confine romeno che costeggia l’Ucraina, prendo un microbuz da Oradea verso Baia Mare, dove mi aspetta Oana Gonczi, dei Vigili del Fuoco, che coordina insieme alla polizia, l’ufficio immigrazione, le autorità locali e di frontiera, tutte le attività al confine. “Abbiamo allestito il campo mobile vicino la nostra stazione. Ci sono sedici tende e otto letti, possiamo ospitare fino a venti persone”. E poi ci sono i mezzi a disposizione per trasportare chi arriva nei punti indicati, o nel campo stesso quando tutte le strutture nelle vicinanze sono piene. Le persone passano la linea di confine un po’ alla volta, alternandosi con le macchine, in un misto tra confusione, stanchezza ed apatia: vengono accompagnate sotto il tendone allestito qualche giorno prima dall’Unhcr per registrarsi, segnalare dove vogliono andare, da chi, o se vogliono fermarsi nel Paese.
Ma la Romania è un luogo di passaggio, e allora si cercano autobus verso la Germania, l’Italia, la Polonia, treni per la Spagna, e qualcosa per la Slovacchia. Alla frontiera Iulia Stan, capo della polizia, mi spiega che molti di quelli che la attraversano non chiedono lo status di rifugiato sociale, anche se hanno predisposto i documenti per farlo. Nella folla incroci di tutto: occhi chiari, scuri, cani e gatti, anziani, bambini, soprattutto donne. Verrebbe da chiedere loro qualcosa, ma a primo impatto si ha la sensazione che ogni domanda risulti più stupida che fastidiosa. Si avvicina Max per chiedermi delle informazioni, e iniziamo a chiacchierare riparati al caldo. “Vivo a Kiev. Non dirò che abitavo Kiev, non ancora”.
Via da lì a piedi sotto la neve, poi con la macchina, poi di nuovo a piedi. Parla un inglese perfetto, e mi rivela d’essere un interprete, ma di non aver mai visitato Londra. “Potrebbe essere il momento”, ma la sua famiglia è ancora bloccata tra la macerie della capitale. Ogni mezz’ora circa si affaccia qualcuno urlando il nome di una città, parte qualcosa, e gli interessati si precipitano fuori. La maggior parte dei presenti sono volontari, molti mettono di tasca propria i soldi per la benzina ed i trasporti, ma tanti altri se ne raccolgono dalla beneficienza delle persone. Quando la sera precipita sull’orizzonte ci si dà il cambio, qualcuno va verso casa, altri rimangono, i rifugiati non smettono di arrivare. Inizia a nevicare.
Ogni struttura in città ha messo a disposizione le proprie camere per i profughi, così come i cittadini, ed è difficile trovare un posto dove fermarsi. Fuori dalla stanza si sente abbaiare, e qualcuno accennare un rimprovero: una nuova famiglia è arrivata da Kharson, sono in tre più il cane. Provo ad avvicinarmi a questa a colazione, ad un’altra nel giardino, ma nessuno vuole parlare, né accennare ad un dialogo. “Hanno tutti paura qui, non si fidano. Difficilmente troverai qualcuno disposto ad aiutarti”. Florentina lavora nella casa famiglia Alexandru Ivasiuc, dove si occupa di pazienti con grave disturbo mentale, che ora accoglie anche le famiglie ucraine. Mentre divide la terapia per ciascuno degli ospiti mi spiega che il suo compito è quello di mettere in contatto chi arriva con quelli che offrono la disponibilità ad ospitare, “di assicurarmi che queste persone stiano bene, capire se hanno bisogno di aiuto e vedere di quale necessitano”, quindi organizzare trasporti e partenze nei vari paesi. “Praticamente sono tutto il giorno al telefono”, sussurra mentre chiude l’ennesima chiamata. Poi c’è il giro dei vaccini, il turno di notte, le varie visite in ospedale – “non si trova più una bambina, non so se stanotte dovrò andare a recuperarla dall’altra parte del confine” -, e partiamo in macchina per andare nel reparto di chirurgia, dove un ragazzo del Turkmenistan è ricoverato da circa una settimana. Viene da Kiev, anche lui: mentre scappa viene ferito da un colpo alla gamba ed uno al braccio, ma “i miei genitori non sanno che sono qui, non scrivere il mio nome”, mi dice.
Parliamo a fatica con un traduttore simultaneo mentre fuori il cielo ricomincia a buttare altra neve: ha 24 anni, i suoi amici sono in una casa qui vicino, il suo lavoro da tassista ormai lontano. Ricorda di aver avuto paura quando ha sentito il dolore penetrargli il corpo, schiacciarlo mentre fuggiva e invaderlo nel mentire ai genitori. “Penso che rimarrò per un po’ qui in Romania, non posso tornare indietro”. Florentina mi passa qualche numero da chiamare prima di scomparire nuovamente dentro il reparto, mi dice di fare attenzione, e che non ha importanza far sapere come lei si chiami, perché sta solo facendo il suo lavoro. Da una settimana dorme due, tre ore a notte, vede a malapena la famiglia, mangia quando il telefono non squilla: non può permettersi altro. Vasile Vlashin fa lo stesso. Lo vedi correre da una parte all’altra della frontiera con il telefono in mano, passando dall’inglese al romeno, fino ad arrampicarsi su qualche parola italiana.
La sua attività è coordinare i trasporti che partono dalla dogana verso tutte le destinazioni richieste: allora è necessario trovare gli autobus, i furgoni, gli autisti, le persone sparse in città negli alloggi, e far arrivare tutti nello stesso punto e alla stessa ora. Mentre sorpassiamo le montagne che segnano il confine con l’Ucraina, Vasile mi racconta dei problemi che stanno riscontrando con le autorità ungheresi alla frontiera. “Fanno di tutto per ostacolare il passaggio dei rifugiati”. Due giorni prima uno dei loro autobus viene bloccato alla dogana, la polizia se ne va, e non rimane nessuno ai controlli: “Sono tornati la mattina chiedendo i test covid, ma in pochi avevano il certificato verde”. Non gli chiedono il passaporto, né i documenti. “Hanno aspettato due ore, e con una seconda macchina della polizia si sono spostati di 30 km, a Kisvárda, dove una signora di sessantadue anni è morta”.
La strategia pubblica annunciata è quella dell’accoglienza, ma alla frontiera ungherese non funziona così. Vasile mi chiede quale sia il senso della burocrazia, del tempo, di tutto questo. “Te ne dico un’altra: non abbiamo abbastanza soldi per pagare il carburante. Le autorità romene hanno assicurato fondi per i rifugiati, ma ci servono ora, e ne avevamo bisogno già ieri. Non possiamo aspettare, dobbiamo trovare una soluzione per tutti. Dove sono questi soldi?”. Non lo so.
Anche le comunità e le associazioni religiose della zona si attivano subito. Arriviamo al Monastero di Petrova che sono le otto e mezza del mattino, su una strada ancora semi gelata con qualche randagio addormentato ai lati. “Putinpeace” è un progetto nato da un gruppo di artisti di Milano, cui scopo è raccogliere fondi per l’Ucraina vendendo opere di vario genere. Ci incontriamo alla frontiera, una storia tra Lambrate e Centrale tira l’altra, e partiamo insieme. Il Monastero è un punto in mezzo al bianco, nel silenzio: ci sono una decina di camere disponibili all’interno, con circa sei, sette persone dentro per ognuna, perché si cerca di accogliere tutti e in ogni modo. “Possono dormire una, due, tre, quante notti vogliono.
Restano quanto credono”, mi dice padre Agaton Oprișan, avvolto in un grosso vestito nero sollecitato dal vento. Saranno una quarantina gli ospiti presenti ora, molti dei quali senza una destinazione, poiché non tutti hanno appoggi in altri paesi. Padre Agaton lo vedi al confine che sbraccia da sinistra a destra: ogni giorno da Petrova scendono in quattro, attraversano la neve, e vengono ad organizzare i nuovi ingressi in struttura, così come le uscite. Arriva la colazione e vediamo le famiglie sedersi a tavola un po’ alla volta, qualcuno ha gli occhi ancora assonnati, altri ci osservano curiosi. La voce di Agaton rimbomba per tutta la sala quando ci presenta, ed ancora una volta le storie di mischiano, nonostante la diffidenza. Umberto Cofini, del collettivo, riconosce Miroslav, un ragazzo di sedici anni che il giorno prima ha passato la frontiera insieme alla madre Lilia e la sorella Maria. Sono seduti su delle panche al sole e sussurrano, guardano l’orizzonte, perché è l’unico punto sicuro che hanno di fronte: la casa è forse distrutta, non hanno una meta, un padre al fianco e dei soldi su cui contare.
Umberto si muove, gesticola, chiama, e Francesco Perruzzo, che lo accompagna insieme a Fabrizio Spucches, lo nota. “Emergency dice che possono prendersi carico di loro, partiamo domani con la macchina. Li porto con me”. Incappiamo nei documenti, in chiamate discordanti, nella Farnesina che non ci assicura che col confine ungherese ci facciano storie – “Signorina, io penso che non ci siano problemi. Ma se ce ne fossero?”. Emergency richiama Umberto, “non assicuriamo di poter prendere a carico i tre”, e senza la certezza di un tetto sopra la testa non si può partire. Blateriamo in italiano, in inglese, di benzina, di cosa fare, e ci prendiamo del tempo per riflettere. Poi arriva il via libera da Milano. Umberto torna a prendere i tre nel primo pomeriggio, paga l’hotel, li rassicura con un soffio di nervosismo: “Alle sei di domani partiamo”.
Chiudo le ultime chiamate del giorno, Seriozha Ruscovan passa da me alle ventitré scusandosi, è rimasto bloccato alla dogana per due ore. Si occupa di trasportare medicinali e cibo in Ucraina con circa tre viaggi alla settimana, avanti e indietro da Cluj-Napoca: mi racconta che il giorno dopo organizzerà una nuova spedizione con dei materiali oncologici per la clinica di Chernivtsy, l’unica ancora attiva nel paese. Ma manca l’energia, e deve trovare dei generatori al più presto, perché ci sono anche altre emergenze. “Non ti devo portar cose di cui non hai bisogno, ma quello che ti serve. Quindi mi devi dire quello che ti devo cercare”, conclude deciso, ricordando la prima conversazione avuta appena due settimane prima con il il direttore generale dell’Ivano-Frankivsk National Medical University. Lavora a livello locale: con la sua associazione ed il supporto dei Vigili del Fuoco elaborano un nuovo progetto, un call center dedicato solo all’emergenza Ucraina, in modo da velocizzare tutte le procedure, dal trovare una casa o un passaggio per spostarsi.
Seriozha è arrivato con Artem e Olga, due rifugiati che ha trovato sulla strada di ritorno e che per la notte ospiterà a casa sua. Gli occhi del bambino si chiudono mentre la nonna mi racconta, in un inglese stridente, che i genitori sono rimasti al fronte, e l’unica scelta era allontanarsi dal rumore delle bombe. Un suono così forte che quando Olga lo dice si tappa ancora le orecchie con le mani. Prima di salutarmi mi chiedono dove sarò i prossimi giorni, cosa farò, se ho già un posto dove stare. Me lo chiede ogni persona che incontro se ho un letto per dormire, come se il problema della casa fosse il mio. Realizzo concretamente quanto sia rassicurante avere un tetto che ti ripara dalla voce delle sirene, dal vento che ti strappa la pelle, dal rumore della guerra che si posa sulla neve. Così quando vedo avvicinarsi Miroslav, Lilia e Maria, penso a quanto possa essere assurdo trovarsi un ragazzo di ventotto anni che ti carica sulla sua macchina, ti stringe le spalle e ti dice che farà di tutto per portarti a casa. Non la tua, ma quella che può darti con i suoi mezzi. È ancora notte fonda, l’aria sembra quella di dicembre: c’è un giorno di viaggio, meglio non perdere tempo. La macchina si allontana, del fumo lascia una scia provvisoria. Sparisce.
lunedì 14 marzo 2022
Il potere di contagio della guerra e la verità della memoria
Opinioni. Stiamo con gli aggrediti e i più deboli. Per ridurre le sofferenze dei civili e per la fine del conflitto. Mandare armi dove ce ne sono già troppe non serve né all’uno né all’altro scopo
La guerra contiene in sé l’infinita potenza del negativo. Con un altrettanto infinito potere di contagio. Dovremmo saperlo, ma lo dimentichiamo sempre: non si limita a distruggere vite e mondi. Corrompe e contamina occupando le menti e le anime con la propria logica perversa. Ha le caratteristiche che Gustav Jung attribuiva all’archetipo germanico di Wotan – il Capo della caccia e l’Ospite Furioso che irrompe della casa dell’Io e lo stravolge -, definendo “questo fenomeno generale come Ergriffenheit, uno stato di rapimento o possessione”. Resisterle è difficile.
Forse solo chi l’ha conosciuta davvero, ne ha provato l’orrore “col corpo” – chi ha visto il volto di Medusa, direbbe Primo Levi -, riesce a sottrarsi fino in fondo alla cattura (a non lasciarsi “pietrificare dentro”). Probabilmente per questo, nel frastuono mediatico in cui siamo precipitati dal 24 di febbraio, con l’aggressione russa all’Ucraina, i pochi capaci di parlarne con un barlume di “coscienza di causa” sono quei militari (penso al generale Fabio Mini, ad esempio) che sono stati effettivamente in uno “scacchiere di guerra” a differenza di troppi professionisti dell’informazione o della politica.
Personalmente questa lezione l’ho dovuta imparare da mio padre Nuto, che l’essenza della guerra dovette “viverla” nel punto più terribile della ritirata di Russia, nel gennaio del ’43, nella piana di Nicolaevka, in quella che chiamerà la “notte dei pazzi”, quando – scriverà – “capì tutto”: la vergogna del fascismo, lo sfacelo dell’esercito, il tradimento del Re, la lontananza di una patria indifferente e corrotta, guidata dai retori dell’”armiamoci e partite”. Soprattutto l’orrore irredimibile della Guerra.
La verità indicibile che gli avevano rivelato i suoi alpini, montanari costretti a diventare soldati, e cioè che in guerra, in ogni guerra, è sempre la povera gente a pagare il prezzo più caro. Sono loro, e non quelli che le guerre le decidono e le comandano (o magari anche solo le commentano), a subirne sofferenze e conseguenze.
Scrivo questo perché quella memoria famigliare sepolta nella mia infanzia col suo carico di tragedia mai veramente superata, mi è ritornata fuori d’improvviso all’esplodere di questa nuova guerra, combattuta negli stessi luoghi di quella di allora, con gli stessi nomi che ritornano. Un’emozione nuova su un materiale emotivo vecchio, una lacerazione in più rispetto a quelle che la cronaca quotidiana infligge a tutti oggi. E mi chiedo come far tesoro della lezione di allora per affrontare i dilemmi di oggi. Come tentare quantomeno di evitare che gli errori e le sofferenze di allora si sommino con (gli stessi?) errori e sicuramente le stesse sofferenze di oggi.
Credo che il primo pensiero, per chi intenda resistere alla possessione di Wotan, sia l’obbligo morale, civile e politico di fare il possibile (e anche l’impossibile) per impedire che la guerra scoppi (e su questo interroghiamoci se davvero Europa e Occidente sono innocenti). Ma soprattutto, e a maggior ragione, una volta sciaguratamente scoppiata, per impedire che si estenda e incrudelisca.
Non si tratta qui di decidere “da che parte stare” tra aggrediti e aggressori, tra più deboli e più forti: si sta con gli aggrediti e i più deboli, con buona pace dei manifestanti fiorentini che denunciano il pacifismo “equidistante”. Ma di scegliere, consapevolmente, “come stare”. Con quali forme e quali mezzi, al fine di ridurre al minimo le sofferenze della popolazione e di avvicinare il più possibile la conclusione del conflitto. Mandare armi là dove ce ne sono già troppe (e ne vediamo purtroppo i tragici effetti) non serve né all’uno né all’altro scopo.
Significa gettare benzina su un fuoco che occorrerebbe invece spegnere prima possibile; alzare un livello di scontro che ci si dovrebbe sforzare di abbassare. Rischiare di allargare i confini di un conflitto che si dovrebbe invece limitare, finendo per coinvolgervi gli stessi che dovrebbero svolgere il ruolo di mediatori. Confondere un’onorevole mediazione con la “perdita dell’onore” è pessima retorica, foriera di rovine.
Ha ragione Donatella Di Cesare quando ci invita a scegliere se vogliamo “aiutare il popolo ucraino aggredito” o “fare la guerra a Putin”, perché le due cose sono in contraddizione. La seconda opzione (combattere contro un nemico usando, peraltro, i corpi degli altri) significa, come è stato ferocemente detto “rendere lo scontro sempre più sanguinoso” fino al rischio estremo. La prima implicherebbe compiere ogni possibile sforzo per favorire un negoziato accettabile per entrambe le parti in una prospettiva di pace onorevole. Personalmente non ho dubbi.
Infine un’ultima implorazione: per favore non si usi il paragone con i “partigiani” per sostenere la linea dell’”armiamoli a casa loro”, fuori luogo e fuori contesto come ha ben messo in chiaro Alessandro Portelli su queste pagine, utile solo a sopire i sensi di colpa per la propria passata e presente impotenza.
Allora, purtroppo, la guerra mondiale era da tempo scoppiata, la lotta partigiana appariva una scelta difficile ma non disperata, e soprattutto il grosso degli armamenti proveniva dallo scioglimento del regio esercito o veniva conquistato con colpi di mano. L’uso propagandistico della storia, giocato sulla cancellazione delle specificità di contesto e sull’eticizzazione simbolica di fatti tra loro diversi ricondotti a un unico, semplificato, effetto emotivo,
