martedì 30 gennaio 2024

 Ecco la lettera scritta ai colleghi sulla possibilità del sabato libero per tutti (che poi ha vinto) al liceo Virgilio di Milano:

Buongiorno cari colleghi,

 

mi sento molto combattuto sulla questione del sabato uguale per tutti. Ci sono evidenti problemi importanti: innanzitutto il rispetto per i colleghi (e non sono pochi) che vorrebbero potersi riposare in un giorno infrasettimanale. In più ci sono diversi colleghi che fanno il part time e per i quali comunque venire a scuola il sabato sarebbe importante. Bisognerebbe tenere conto di tutte queste esigenze.

Poi, ha ragione Silvia a dire che diversi ragazzi arriverebbero a casa molto tardi e questo di certo avrebbe una ricaduta sulla loro vita sociale, oltre che sullo svolgimento dei compiti a casa!!! A questo vorrei aggiungere che diversi ragazzini che non stanno fermi che sono ingestibili fino (penso ai ragazzi del LES) all’una dovrebbero fermarsi un’ora in più tutti i giorni!  Sarà per alcuni di noi sempre più difficile fare lezione in queste condizioni!

 

Devo dire che personalmente ho passato una vita ad avere un giorno libero infrasettimanale. Da due anni ho il sabato che ho chiesto per mie ragioni famigliari e devo dire che uno stacco di due giorni (sarà che sto invecchiando!) non mi dispiace affatto. Ma sono pronto a rinunciarvi senza troppe difficoltà. Quale riscontro potrebbe avere sulla società di domani e anche di oggi una scuola in cui la didattica viene sempre più messa in un angolo perché si devono affrontare difficoltà dovute alla disciplina e all’attenzione dei ragazzi in classe? In buona parte succede già così. Ha ragione Silvia a dire che un tempo c’era la scuola che si poneva degli obiettivi didattici e aveva come fulcro centrale la crescita dei ragazzi e la trasmissione di uno sguardo critico sul mondo. Forse bisognerebbe interrogarsi su quale sia il senso della didattica e del nostro lavoro oggi. Ho come l’impressione che attualmente l’azienda-scuola risponda soltanto alle esigenze delle famiglie che vogliono avere il pargoletto a casa per tutto il week-end oltre che a quelle del questore il cui primo pensiero sta nel risparmio energetico e sicuramente non nell’efficacia della didattica. La didattica per altro è svilita e corrosa. Personalmente a parte qualche regolina di grammatica francese non riesco più ad insegnare come vorrei e sono profondamente deluso e sfiduciato. E lo sono ancora di più se penso che la scuola è stata presa nella morsa dio uno svilimento di valori e di cultura della società tutta intera che è volta all’affermazione esasperata di un individualismo fine a se stesso! Cosa riusciamo a trasmettere ai ragazzi in questo momento? C’è un fine didattico nell’avere tutti il sabato libero e poter andare a farsi il week-end? O non è un adeguarsi allo stravolgimento inevitabile di tutta la società? E allora ha un senso continuare a pensare di potervisi opporre?

Non lo so onestamente e mi sento molto combattuto!

Oggi non sarò al collegio perché sono a casa con l’influenza!

Fatemi sapere!

 

Vi abbraccio!

giovedì 9 marzo 2023

Il passato eventuale di Silvio Raffo

                                   a Ginevra B.

                                    [4 Quartine in strofe in varia rima o assonanza]

Non gli eventi accaduti                                 a

nel passato reale                                         b

ma il fantasma virtuale                                  b

di ciò che non è stato ...                              c

 

Gli amori non vissuti                                     a

un dono mai donato                                     c

i testimoni muti                                           a

del passato eventuale                                  b

 

È nel giardino spoglio                                   d

della tua Nostalgia                                      e

che un disperato orgoglio                             d

allevia l'agonia                                           e

 

"Non soffro più." Sorride                              f

l'anima inaridita                                         g

ma un marchio amaro incide                         f

la nascosta ferita                                      g

 


sabato 4 febbraio 2023


 

Ognuno sta solo sul cuor della terra,
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
 
 
Salvatore Quasimodo

giovedì 10 novembre 2022

Il merito come nudo nome e come processo sociale

di Giorgio Mascitelli

 

La nuova denominazione del ministero dell’istruzione in istruzione e merito ha suscitato un’ondata di discussioni perché molti commentatori hanno temuto, e qualcuno auspicato, che sotto tale denominazione si nascondesse il tentativo di rianimare nella scuola le vecchie pratiche selettive, che ancora allignano in qualche liceo, che comportavano l’allontanamento dalla scuola tramite la bocciatura di una parte considerevole di alunni non brillanti e spesso appartenenti alle classi popolari. Insomma, per parafrasare una vecchia canzone di Ivan Della Mea, vi è il timore di una nuova volontà di usare l’arma del voto per escludere tutti quelli che sono più deboli e non adeguati.  Il problema di questa tesi è che la stessa Giorgia Meloni, nelle sue abbastanza rare uscite pubbliche sulla scuola, non sembra affatto sostenere un discorso di questo genere: ha proposto, nella scorsa primavera alla conferenza di partito, di abolire le bocciature nella scuola secondaria, per sostituirle con un sistema di livelli e di scelta della materie, simile a quello britannico. Anche se nel programma elettorale di Fratelli d’Italia non c’è traccia di una simile proposta, l’impegno a contrastare la dispersione scolastica e l’invito a limitare i compiti a casa sono presenti e appaiono difficilmente conciliabili con un ritorno della selezione o meglio con quello che un tempo si sarebbe inteso con tale parola.

In realtà coloro che individuano nella parola ‘merito’ il segno di un ritorno a qualche forma di classismo non sbagliano del tutto perché il riferimento al sistema inglese, uno dei più ferocemente classisti al mondo, anche se privo dell’istituto della bocciatura, è eloquente e questo tutto sommato non può sorprendere in una forza politica reazionaria e conservatrice come quella guidata dalla presidente del consiglio. Infatti il merito, ossia la selezione, oggi nella scuola non passa più per l’allontanamento di una parte di studenti, ma piuttosto attraverso la costituzione di un sistema scolastico a più livelli, in cui possibilmente chi si trova nella terza categoria non deve rendersene conto. Alcune misure in Italia vanno già in questa direzione: per esempio l’introduzione delle prove INVALSI usate per stabilire una graduatoria di merito tra gli istituti virtuosi e quelli meno performanti, anziché come strumento per individuare situazioni critiche su cui intervenire, oppure i Rapporti di Autovalutazione delle scuole, che, specie nella scuola dell’obbligo, diventano strumenti di orientamento delle iscrizioni operanti una selezione sociale a monte. Insomma nel futuro, ma è un futuro che è già cominciato, la scuola del merito ossia della selezione non vedrà l’allontanamento da scuola di studenti bocciati su programmi scolastici particolarmente impegnativi, ma consisterà nella formazione di un sistema di scuole a più velocità, nel quale le migliori saranno tali non per il grado di difficoltà del piano di studi, ma perché definite così da classifiche di rendimento redatte spesso da istituti privati con criteri ed elaborazioni statistiche discutibili. Il problema semmai è che anche la Buona Scuola e altri provvedimenti del centrosinistra  si muovono in un’ottica simile, del resto in tutto l’Occidente le politiche scolastiche sono dettate dall’OCSE, pur con qualche adattamento al contesto nazionale, secondo un modello mercatista e liberista bipartisan.

Così il neoministro dell’istruzione e del merito ha spiegato, secondo una consolidata retorica neoliberale, che la nostra è una scuola classista e il merito è strumento di uguaglianza per superare le differenze. Si tratta di formule generiche che non avrebbero avuto difficoltà a usare neanche i suoi predecessori di diversa posizione politica e questo non in ragione di una particolare fumosità del ministro Valditara, ma perché da circa trent’anni le politiche scolastiche sono accompagnate da cortine fumogene in una sorta di neolingua di orwelliana memoria in cui  dichiarazioni di principio progressiste sono seguite da provvedimenti di tutt’altro genere. Per esempio il ministro ha confermato il sistema di reclutamento degli insegnanti creato dal suo predecessore che prevede la laurea magistrale, la raccolta di 60 crediti tramite corsi preparatori delle università, un periodo di tirocinio con prova finale abilitante e successivo concorso per il posto di assunzione a cui seguirà, come oggi, un anno di straordinariato. Questo è indubbiamente un percorso meritocratico della durata di 10 anni circa, giusto il tempo che serve per diventare professo della Compagnia di Gesù  e che non ha pari in nessun sistema scolastico del mondo, il tutto naturalmente per occupare una posizione lavorativa da 1500 euro al mese e anche meno nei primi anni in un paese in cui la considerazione sociale degli insegnanti è, a dir poco, scarsa. Si tratta in realtà di un blocco delle assunzioni spacciato per percorso di merito, che produrrà nella scuola pubblica un’ampia diffusione del precariato per occupare i posti vacanti con la conseguente ricaduta negativa sulla qualità dell’insegnamento. Proprio questo particolare ci ricorda che una delle caratteristiche delle parole ‘merito’ e ‘meritocrazia’ è la loro plasmabilità per qualsiasi significato concreto, la quale, unita alla popolarità del concetto dovuta alla sua evidenza lapalissiana, in quanto è difficile trovare chi si possa dire contrario al principio per cui ogni posto deve essere occupato dalla persona più meritevole per quel tipo di posto, rende questi termini dei perfetti passepartout linguistici per coprire qualsiasi tipo di operazione di potere.

Del resto la storia del termine ‘meritocrazia’ è particolarmente eloquente. Coniata nel 1958 dal sociologo inglese, vicino al partito laburista, Micheal Young con L’avvento della meritocrazia, una sorta di pastiche di un saggio sociologico che l’autore finge di comporre nell’allora lontano 2033 per dare una giustificazione pseudoscientifica alle pretese delle classi superiori, l’espressione ha all’origine una valenza ironica e critica del discorso con cui nelle società capitalista i ceti alti giustificano i propri privilegi. Questa originaria accezione satirica si perde quasi subito e sia in inglese sia in italiano la parola viene usata in maniera seria, indubbio segno della vittoria culturale dello spirito del capitalismo e del privilegio, essa ha particolare successo tra coloro che appartengono ai ceti perdenti perché vedono in questo principio una possibilità di riscatto dalla loro posizione, dimenticando che chi definisce cos’è il merito e chi sono i meritevoli di solito appartiene a classi diverse dalle loro. E così oggi il merito può diventare nel senso comune un rimedio al classismo.

Vi è però un altro aspetto curioso di questo discorso sul merito. Nella scuola classista tradizionale chi arrivava al termine poteva effettivamente vantare un livello culturale molto elevato, cioè l’idea che il merito fosse premiato aveva una sua validità empirica nell’esperienza di molti, anche se questo non cancellava gli aspetti classisti di quella scuola, perché coloro che primeggiavano in quel percorso indubbiamente giungevano a livelli culturali e disciplinari molto elevati. Oggi con il termine merito si indica piuttosto un’educazione  che propone un mix di norme di una sorta di galateo internazionale e qualche competenza tecnica, di solito di tipo economico, che il sociologo canadese Alain Denault ha chiamato mediocrazia per metterne in luce la piattezza e il conformismo culturale nascenti da un sistema che premia la mediocrità, il cui motto può essere ben rappresentato dalla paradossale esortazione dello stesso Denault “ Mettete da parte i testi difficili, basteranno i libri contabili”. Due episodi apparentemente diversi illustrano con chiarezza la natura di questa mediocrazia meritocratica: alcuni anni fa la scoperta del plagio della tesi di dottorato di una nota esponente politica tedesca lungi dall’averne bloccato la carriera l’ha portata ai massimi vertici politici ( in un sistema elitario questo non sarebbe successo non per ragioni etiche ma perché l’abito mentale di chi copia una tesi è incompatibile con la capacità di prendere decisioni in condizioni di incertezza e di informazione incompleta, che è la qualità principale di un dirigente politico), e l’anno scorso, in occasione del concorso per i docenti tenutosi in Italia, la rivelazione di numerosi errori nelle domande dei quiz, valutati in maniera così severa da causare la non ammissione della maggioranza dei candidati, riscontrati da vari specialisti nella rispettiva materia, ci rivela che l’idea corrente di merito è quella di  assenza di controllo e di senso del limite dei superiori.

Dal punto di vista storicosociale non è strano che l’asserita meritocrazia corrisponda nei fatti a questa mediocrazia perché il sistema scolastico novecentesco, diciamo quello prima della scolarità di massa, era caratterizzato da un marcato classismo nella trasmissione del capitale culturale, ma questo capitale culturale era fatto anche da una serie di conoscenze e di saperi che richiedevano lo sviluppo di alcune qualità intellettuali in quanto il processo sociale della scuola era influenzato da una borghesia delle professioni, che doveva la propria posizione e il proprio prestigio non solo alle relazioni e ai beni ereditati ma anche alla propria cultura e alle sopraccitate qualità intellettuali. Oggi invece, poiché il successo si misura unicamente in termini di denaro e il modo statisticamente più diffuso per guadagnarlo è quello di ereditarlo, tutta questa storia del capitale culturale perde un po’ d’importanza ( non del tutto perché nel capitale culturale, secondo la classica definizione di Bourdieu, sono da includere anche le relazioni sociali e le conoscenze, che ovviamente anche oggi hanno un peso). Del resto non è una novità storica: l’affermazione dell’importanza dell’educazione e della formazione, specie nell’età evolutiva, è legata allo sviluppo di una borghesia che doveva al proprio ingegno e alle proprie capacità l’ascesa sociale, mentre nell’aristocrazia, in cui la posizione si ereditava alla nascita con il proprio titolo, si dava alla formazione  molta meno importanza ( un po’ di francese per la società, dei rudimenti di religione, uno strumento musicale o il canto per le ragazze, un po’ di addestramento militare per i maschi, insomma quelle che qualche tecnico odierno potrebbe chiamare le competenze per il diciannovesimo secolo). Naturalmente le nostre società vivono ancora sulla promessa alle classi meno abbienti del miglioramento delle condizioni dei figli tramite un’ascesa sociale grazie agli studi, che gli studi non possono garantire in realtà se non a pochi; in un contesto del genere allora occorre svuotare la scuola di contenuti che non serviranno ai molti destinati a lavori non qualificati. Non essendo però possibile affermarlo in maniera diretta, per via degli ovvi rischi di proteste, ecco allora che il discorso sul merito svolge la funzione ideologica di nascondere questo processo.

 

 

venerdì 21 ottobre 2022

 

 

 Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "Tommaso Meldolesi L'ult›imo spiraglio- Racconti manni"

 

 

 Cari amici,

sono felice di informarvi che è appena uscita presso l'editore Manni, di San Cesario di Lecce,"L'ultimo spiraglio", la mia prima raccolta di racconti.

Si tratta di venticinque narrazioni di lunghezza variabile incentrate sulle relazioni umane e sui sentimenti a volte contrastanti che caratterizzano la quotidianità.

Sono fermamente convinto che in questo momento storico così buio e terribile, l'unica speranza per poter sopravvivere sia quella di ritagliarsi uno spiraglio a partire dal quale poter far sentire la propria voce.

Vi abbraccio

Tommaso

 

domenica 5 giugno 2022

 

 Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e in piedi

 

 

 

Mia moglie Isabella, ieri dopo la scomparsa della sua e nostra amica Manuela, morta tragicamente di tumore a 44 anni,e la cui famiglia stretta non se n'è presa cura fino alla fine organizzando per altro un funerale in fretta e furia al quale tanti di noi non sono potuti andare, ha scritto questa riflessione importante:

" Riflettendo sulla giornata di oggi, penso che la cattiveria umana non abbia limiti. Le persone in agonia vanno accompagnate fino alla fine, non dovrebbero essere lasciate sole. Soprattutto se questo avviene tra familiari. In alcune società i funerali non vengono officiati frettolosamente perché si deve rispettare il distacco dell’anima dal corpo oppure che la mente sia lucida per la definitiva separazione.

Il funerale organizzato a dovere serve anche all’elaborazione del lutto di amici e familiari, quando invece un rito serve per disfarsi di un corpo tutto perde senso e si sovvertono alcune leggi che servono a mantenere l’armonia e tali contraddizioni portano alla rovina".
 
Penso allora a quanto affermava Philippe Ariès sulla morte nella società occidentale odierna, ovvero che la morte così presente nel mondo medievale, al punto di essere considerata un elemento famiglire, anche perché molto frequente, nella società di oggi è considerata un tabù. Si deve vivere a tutti i costi anche in maniera esasperata rigiutando l'idea della morte e relegandola nella sfera del proibito, del non-detto, quando la morte esiste! Ma è possibile comportarsi in questo modo anche nel caso di una figlia... di una sorella...?

mercoledì 4 maggio 2022

 IL MIO AMICO DA SEMPRE STEFANO AGNOLETTO SCRIVE OGGI SU FB:

A MIO PARERE NOI SIAMO QUELLI CHE DA ANNI MARCIREBBERO NELLE CARCERI RUSSE O UCRAINE. CHI INCITA ALLA GUERRA INVECE SAREBBE AMICO DEL POTERE E DEL REGIME, SIA IN RUSSIA CHE IN UCRAINA….
Il paradosso e’ che molti e molte di noi sia in Russia che in Ucraina avremmo fatto una brutta fine da tempo. Isolati, repressi, forse in galera, in esilio, se non sottoterra.
Per questo non vi capisco. Putin non e’ Che Guevara che porta il socialismo e Zelens'kyj non e’ Allende immolato per la democrazia….
Quando gli Usa e/o la Nato attaccavano ad esempio l’Irak noi eravamo contro l’invasione senza se e senza ma, non accettavamo i racconti sulla “esportazione della democrazia”, non accettavamo alcuna giustificazione alle stragi americane e Nato. Perche’ oggi dovremmo invece accettare le stragi imperialiste russe e non vedere i loro orrendi massacri?
Al contempo condannavamo senza esitazione il regime di Saddam. Condannavamo senza esitazioni le stragi e le repressioni contro opposizioni e minoranze. Non chiedevamo armi per la resistenza irakena ne’ pensavamo di armare la Guardia Nazionale di Saddam. Perche’ oggi invece dovremmo armare un esercito che supporta un regime reazionario, antidemocratico e criminale come quello ucraino?
Ai tempi delle guerre in Irak sapevamo che l’unica via ragionevole era lottare per la immediata cessazione delle ostilita’, dell’invasione e per il supporto alle forze democratiche e sociali irakene.
Non mi interessa litigare, perche’ so che molti e molte di voi sono in perfetta buonafede, ma secondo me state clamorosamente sbagliando, da entrambi i lati della barricata…. E questo modo di pensare rischia di portarci al disastro definitivo, oltre a protrarre una guerra criminale e assassina in Ucraina.
Con tantissimi e tantissime di voi ho condiviso fin dal 2001 la critica strutturale al regime putiniano. Noi siamo quelli e quelle che lo contestavamo da anni, non da oggi. Siamo stati anche picchiati, inseguiti e repressi quando contestavamo gli eventi con il signor Putin che faceva affari con i nostri governanti (gli stessi che ora vogliono fare la guerra e accusano noi di essere complici…). Ricordate? Certo che fa incazzare sentire chi faceva affari con lui (si chiama Berlusconi o Letta) oggi blaterare di guerra giusta e di criminalizzazione di chiunque osa dissentire. Ma noi sappiamo che la Russia di Putin e’ un regime autoritario, imperialista, un capitalismo ultraliberista con la ricchezza concentrata in poche mani , un sistema sociale drammaticamente antipopolare. Figlio del regime di Eltsin, quello che ha bombardato il Parlamento. Un regime imperialista (non solo Ucraina: ricordate ad esempio le guerre in Cecenia e gli innumerevoli massacri), nemico dei diritti civili (giornalisti arrestati o uccisi, oppositori silenziati, propaganda continua) e dei diritti sociali (il welfare state russo a pezzi, il potere d’acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici bassissimo, la distribuzione della ricchezza drammaticamente ineguale).
Con tantissimi e tantissime di voi ho condiviso per anni anche la denuncia di quello che e’ avvenuto in Ucraina negli ultimi decenni. La costruzione di un regime reazionario, nazionalista, antidemocratico e repressivo. Certo che fa incazzare leggere la disinformazione di oggi sull’Ucraina. Non e’ un regime democratico dove la destra in fondo prende il 3 per cento alle elezioni. Non e’ solo Azov… lo sappiamo e lo denunciamo da anni nel silenzio complice dell’Unione Europea. E’ un regime dove da anni ci sono le liste di proscrizione per gli oppositori, dove molti partiti di opposizione sono fuorilegge da anni, dove i giornalisti vengono uccisi, i blogger di opposizione scompaiono, i Rom e altre minoranze subiscono soprusi indicibili. Basta informarsi. Leggere i documenti che precedono l’inizio della criminale invasione russa, per capire cosa e’ il regime ucraino.
Aggiungo. Il regime russo e’ capace di macchiarsi le mani di sangue (lo ha dimostrato negli anni) , le stragi russe in Ucraina anche contro civili e le falsita’ della loro propaganda non mi stupiscono.
Aggiungo. Il regime ucraino e’ capace di macchiarsi le mani di sangue e di falsificare le notizie (lo ha dimostrato negli anni): le stragi ucraine contro i civili schierati con i russi e la falsificazione della loro propaganda non mi stupiscono.
Aggiungo. La propaganda NATO e’ capace di falsificare le notizie. Nel recente passato dovremmo per esempio ricordarci le stragi inventate in Kossovo o le armi chimiche inesistenti.
Vi chiedo di riflettere, non voglio litigare, Non serve a nulla. . Io riconosco la buonafede di molti e molte di voi. Ma a mio parere state drammaticamente sbagliando.
L’unica via e’ forzare la trattativa. Riconoscere che c’e’ una invasione imperialista e che ci sono due parti che non ci piacciono, Non schierarci per una delle due parti, ma schierarci a favore della pace e delle vittime, non alimentare una guerra e una strage insulsa. E rischiare la tragedia definitiva.
Io non sono un pacifista radicale. Purtroppo ritengo che a volte la violenza sia necessaria, come ci hanno insegnato i nostri meravigliosi partigiani.
Ma oggi e’ un momento diverso. Secondo me in molti e molte sbagliate l’analisi
Qua non siamo come prima della Seconda Guerra Mondiale con Hitler/Mussolini da una parte e i buoni dall’altra (non lo sono i russi che non denazificano, ne’ gli occidentali che non difendono la democrazia….). Qua siamo come nel periodo precedente alla Prima Guerra Mondiale. Con imperi e regimi che giocano sulla pelle di molti e molte. Fermiamo la corsa al disastro.
Lo ripeto. Noi siamo quelli che da anni marcirebbero nelle carceri russe o ucraine.
Chi ci incita alla guerra invece sarebbe amico del potere e del regime, sia in Russia che in Ucraina….