lunedì 20 maggio 2019






 rosa maria dell'aria



Ostia – I docenti del Liceo Anco Marzio di Ostia (Roma), indignati per la grave ingiustizia subita dalla professoressa Rosa Maria Dell’Aria, convinti che l’azione punitiva da lei subita ha leso i principi fissati negli artt. 21 e 33 della nostra Costituzione, e che, quindi, mette a rischio per ciascun cittadino e insegnante il rispetto dei diritti costituzionalmente sanciti di libertà di pensiero, parola e insegnamento lanciano il Teacher Pride.

Il fatto

Diventa una caso politico la vicenda della professoressa Rosa Maria Dell’Aira, la docente di italiano e storia dell’Iti Vittorio Emanuele III di Palermo sospesa per due settimane dal servizio per non aver vigilato sull’attività dei suoi studenti che in alcune slide hanno paragonato il decreto sicurezza di Matteo Salvini alle leggi razziali fasciste del ’38.
l M5S attacca a testa bassa gli alleati della Lega e il ministero dell’Istruzione retto da Marco Bussetti, ma è lo stesso Salvini nel pomeriggio a provare a raffreddare gli animi augurandosi che la docente “torni quanto prima a scuola” e dicendosi “pronto a incontrarla”.
Invito subito raccolto dalla professoressa Dell’Aria: “Non ho alcuna remora ad incontrare il ministro Salvini, se può essere un’occasione di dialogo e di confronto che ben venga. Certamente sono disposta ad ascoltarlo assieme ai miei studenti”.
Mentre in tutta Italia sono migliaia le firme di solidarietà già raccolte a sostegno della docente, a Palermo si svolgono due manifestazioni: una davanti alla prefettura, organizzata dagli studenti medi; l’altra dei sindacati davanti alla scuola della prof sospesa che si dice “confortata da tanta solidarietà“. Intanto i legali della docente, tra cui il figlio, sono al lavoro per presentare un ricorso al giudice del lavoro contro il provvedimento “a tutela dei diritti costituzionalmente garantiti” della professoressa Dell’Aria.


Teacher Pride


#iononSorveglioSveglio Martedì 21 maggio, alle ore 11, ogni insegnante, studente, cittadino che voglia riaffermare la libertà di pensiero e di insegnamento, dovunque si trovi, interromperà le proprie attività, si metterà in piedi e leggerà di seguito gli articoli 21 e 33 della Costituzione italiana. Laddove possibile la lettura solenne sarà fatta in gruppo”, affermano i docenti del Liceo Anco Marzio di Ostia.
(Il Faro online)







LETTERA DI SOLIDARIETÀ NEI CONFRONTI DELLA PROFESSORESSA ROSA MARIA DELL’ARIA DELL’ITI VITTORIO EMANUELE III DI PALERMO


I Docenti del Liceo Statale Virgilio di Milano esprimono la loro totale solidarietà alla professoressa Rosa Maria Dell’Aria, indignati per la grave ingiustizia da Lei subita.
Ritengono altresì che il provvedimento avviato contro la professoressa sia contrario ai principi costituzionali fissati negli artt. 21 e 33 della nostra Costituzione. Esso rischia di compromettere gravemente i diritti di libertà di espressione del pensiero e di libertà di insegnamento che stanno alla base della Scuola pubblica e democratica italiana.
Preoccupati per il clima di tensione che tale provvedimento sta creando tra i lavoratori della scuola e tra gli studenti, reali protagonisti del nostro lavoro di formazione intellettuale e culturale in senso lato, chiediamo che il nostro documento venga reso pubblico in tutte le Sedi opportune, in primis presso gli Uffici Scolastici e del Ministero Università e Ricerca.

I docenti del Liceo Virgilio di Milano

domenica 12 maggio 2019



Salvini, ora è vera svolta repressiva

La bozza del nuovo decreto sicurezza postula l'ulteriore sbilanciamento di poteri a favore delle forze dell'ordine a danno di chiunque partecipi ad una manifestazione pubblica. È chiara la volontà di azzerare, attraverso la repressione, il conflitto sociale, andando a colpire alcune forme nelle quali il conflitto solitamente si esprime

Il tentativo di svolta autoritaria del Governo Salvini continua e si rende sempre più esplicito. La bozza disponibile del cosiddetto nuovo decreto sicurezza è un chiarissimo segnale in questa direzione. La lotta alle persone migranti e alle navi della solidarietà (fatti di per sé già gravi) viene usata anche per costruire norme che danno sempre più poteri alla polizia nei confronti di chi organizza e partecipa a manifestazioni pubbliche. In altre parole, le politiche contro le migrazioni sono il cavallo di troia di un disegno autoritario che tende ad intimorire, con il volto della repressione, quanti si oppongono frontalmente alla deriva in atto. Il consenso ottenuto sulla guerra alle persone migranti viene utilizzato per instaurare un regime repressivo nei riguardi delle forme di conflitto esplicite, verso tutte le forme di opposizione di piazza non compatibili con l’ordine politico a vantaggio del Governo in carica e, in particolare, delle politiche leghiste.
Il Decreto sicurezza 132/2018, convertito nella Legge 132/2018, aveva già inasprito le pene verso chi organizza le occupazioni a scopo abitativo, così come aveva ampliato il ventaglio dei reati per i quali si perde il permesso di soggiorno. La tendenza era molto evidente, ma ora il Ministro dell’Interno, e di fatto capo del Governo, Matteo Salvini tenta un salto di qualità.


In premessa del testo del nuovo decreto sicurezza si evidenzia che ci sarebbe “la particolare necessità ed urgenza di rafforzare le norme a garanzia del regolare e pacifico svolgimento di manifestazioni in luogo pubblico e aperto al pubblico”. In particolare, l’articolo 6 della bozza del nuovo decreto sicurezza prevede di punire con la reclusione da uno a tre anni “chiunque nel corso di manifestazioni, per opporsi al pubblico ufficiale (…) utilizza scudi o altri oggetti di protezione passiva” e con la galera da due a quattro anni chiunque “lancia o utilizza illegittimamente (…) razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi (…) ovvero bastoni, mazze”. Inoltre, il decreto prevede di sopprimere la possibilità di riconoscere “la causa di esclusione della punibilità per ‘particolare tenuità del fatto‘ in caso di reato di violenza, resistenza, minaccia e oltraggio commessi a danno di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni”.
È evidente l’ulteriore sbilanciamento di poteri a favore delle forze dell’ordine a danno di chiunque partecipi ad una manifestazione pubblica. È chiara la volontà di azzerare, attraverso la repressione, il conflitto sociale, andando a colpire alcune forme nelle quali il conflitto solitamente si esprime, ad esempio quella dell’uso di fumogeni o petardi, così come è chiara la volontà di comunicare il primato della polizia e dell’ordine vigente su quello delle manifestazioni di protesta e, quindi, delle rivendicazioni organizzate e collettive di diritti.
Lo slogan ‘prima gli italiani’ si rafforza con questo decreto che, negli articoli 1-4, muove guerra alle navi di solidarietà, prevedendo di “attribuire al Ministro dell’Interno la competenza a limitare o vietare il transito e/o la sosta nel mare territoriale qualora sussistano ragioni di ordine e sicurezza pubblica”. E, insieme, questo nuovo decreto sicurezza rende evidente quanto lo slogan ‘prima gli italiani’ serva a far passare una serie di politiche autoritarie, sia utile, cioè, per concretizzare lo slogan ‘prima la polizia’ che Matteo Salvini di fatto propaganda da tempo, come mostrato dalla sua ostentazione continua delle felpe delle forze dell’ordine.
Vedremo a breve se gli alleati di governo asseconderanno questa ulteriore accelerazione autoritaria o se, facendo cadere il Governo, fermeranno la deriva in atto.

giovedì 26 luglio 2018

L'appello di Roberto Saviano: "Rompiamo il silenzio contro la menzogna"

"Perché vi nascondete? Scrittori e medici, attori e youtuber: tutte le persone pubbliche, chiunque abbia la possibilità di parlare a una comunità deve sentire il dovere di prendere posizione. Non abbiamo scelta. Oggi tacere significa dire: quello che sta accadendo in questo paese mi sta bene"
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Dove siete? Perché vi nascondete? Amici cari, scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber, oggi non possiamo permetterci più di essere solo questo. Oggi le persone pubbliche, tutte le persone pubbliche, chiunque abbia la possibilità di parlare a una comunità deve sentire il dovere di prendere posizione. Non abbiamo scelta. Oggi tacere significa dire: quello che sta accadendo mi sta bene. Ogni parola ha una conseguenza, certo, ma anche il silenzio ha conseguenze, diceva Sartre. E il silenzio, oggi, è un lusso che non possiamo permetterci. Il silenzio, oggi, è insopportabile.

Chi in questi mesi non si è ancora espresso - a fronte di chi invece lo sta facendo con coraggio - tace perché sa, come lo so io, che a chi fa il nostro lavoro parlare non conviene. Spesso sento dire o leggo: "Chi esprime il proprio pensiero lo fa per avere visibilità", ma è una visibilità che ti fa guadagnare migliaia di insulti sui social e la diffidenza di chi dovrebbe sostenere il tuo lavoro perché si sente chiamato a dar conto delle tue affermazioni. Quello che nessuno ha il coraggio di dire è che spesso si tace per non essere divisivi, perché si teme che arrivino meno proposte, meno progetti. Ma se la pensiamo così, abbiamo già perso, perché ci siamo rassegnati a non stimolare riflessioni e ad assecondare chi crede che la realtà sia riducibile a parole d'ordine come "buonista", "radical chic", "taxi del mare", "chiudiamo i porti", "un bacione", "una carezza" ed emoticon da adolescente.

Spesso si tace perché si sa che prendere posizione comporta dividere non solo il pubblico che ti segue sui social, ma anche e soprattutto chi dovrebbe comprare i tuoi libri, comprare i biglietti dei tuoi spettacoli, venirti a vedere al cinema o non cambiare canale quando ti vede in televisione. Ma davvero credete che quello che sta succedendo sia accettabile? Per quanto tempo credete di poter sopportare ancora senza esprimere il vostro dissenso?

Con Berlusconi, in fondo, era tutto più chiaro: c'era lui e c'eravamo noi. Criticarlo portava conseguenze, reazioni forti, artiglieria di fango, ma c'era una comunità attiva, che si stringeva attorno a chi lo faceva. Prendere posizione contro Berlusconi non significava perdere share, copie, consenso. Con Berlusconi era agevole farsi capire anche Oltralpe perché il Cavaliere era in fondo la macchietta italica, un carattere riconoscibile della commedia dell'arte. Oggi non è più così e in questo governo si stenta a scorgere i germi di qualcosa di estremamente pericoloso. "Fai il tuo lavoro e basta" è il richiamo all'ordine che subisce il calciatore che esprime la sua opinione sui migranti, l'attore che indossa la maglietta rossa. E il richiamo all'ordine è già un ricatto: guadagni con il tuo lavoro, non accettiamo commenti politici da chi ha il culo al caldo.

Oggi c'è fastidio verso chi travalica i confini del proprio lavoro e del proprio ruolo per fare quello che sarebbe invece normale: controllare chi ci governa perché, anche se legittimato alle urne, non tradisca non solo il proprio mandato, ma soprattutto la nostra storia e i valori che ci hanno consentito di vivere decenni di pace. La nostra Democrazia è una Democrazia giovane e fragile, ma è prima di tutto antifascista e antirazzista.

Vi sembra che oggi questo governo si stia muovendo nel rispetto dei valori che sono alla base della nostra Costituzione? Che si stia muovendo e che stia comunicando all'interno di un perimetro di sicurezza? Non vi sembra piuttosto che i 70 anni di prosperità e pace appena trascorsi ci abbiamo resi permeabili a partiti politici xenofobi? Che ci abbiano resi disattenti se non disinteressati a vigilare su diritti che una volta acquisiti, se non li difendiamo, possono essere spazzati via da qualche post su Facebook e da una manciata di tweet?

Questo governo, in maniera maldestra ma evidentemente efficace, speculando sulle difficoltà di molti, utilizza come arma di distrazione di massa l'attacco ai migranti e alle Ong. Sta accadendo un orrore davanti al quale non si può tacere: mentre il M5S e la Lega litigano sui punti fondamentali del loro accordo, ci fanno credere che il nostro problema siano i migranti. E se mi rispondete che i governi precedenti hanno fatto altrettanto vi rispondo: non si erano spinti fino a questo punto, ma di certo hanno asfaltato la strada perché tutto questo accadesse. E se mi dite che avete votato per Lega e M5S per ribaltare il tavolo, perché era l'unico modo per mandare via una classe dirigente che aveva fallito sotto ogni profilo, vi dico: vigilate, non delegate, aprite gli occhi perché le cose si stanno mettendo male, male per tutti. Male non solo per i migranti o per le voci che dissentono, ma anche per voi.

Sant'Agostino scrive: "Se togliete la giustizia, che cos'altro sono i grandi Stati se non delle associazioni di ladri? [...] Se una di queste bande funeste si accresce con altri briganti fino al punto di occupare tutta una regione, [...] di dominare delle città, ecco che si arroga il nome di Stato". Quando la politica perde il sentiero della giustizia, si spoglia della sua carne lasciando scoperta l'ossatura banditesca. Sapete perché cito Sant'Agostino? Perché questo passaggio spiega bene come sia possibile che il potere, anche quando iniquo, anche quando ingiusto, anche quando incapace e anche quando criminale, viva indisturbato. Sapete di cosa si sostanzia l'omertà di fronte alle mafie? Se credete solo di paura vi sbagliate. Il pensiero che la protegge è questo: giudico un boss per quello che fa a me. Mi ha maltrattato? No. Ha intimidito qualcuno della mia famiglia? No. E allora per me va bene.

Allo stesso modo oggi pensare che, solo perché questo governo, per ora, non ha toccato noi personalmente - la querela a me è solo un granello se paragonata ai colpi mortali che questo governo sta infliggendo allo Stato di Diritto - e i nostri interessi, possiamo esimerci dal prendere posizione, è atteggiamento ingenuo e irresponsabile che sta legittimando scelte e comportamenti scellerati.

Questo non è uno scontro tra me e Matteo Salvini. Per me non c'è nulla di personale, sento fortissimi il dovere e la necessità di parlare per chi non ha voce. Per i seicentomila immigrati presenti in Italia che devono essere regolarizzati ora, subito, perché siano sottratti allo stato di schiavitù in cui versano. Per le Ong che hanno iniziato a fare salvataggi in mare, aiutando gli Stati europei e l'Italia a gestire un fenomeno che non può essere bloccato, ma solo ben amministrato perché è palesemente una risorsa. Quei politici che oggi si ostinano ancora a sostenere il contrario, di politica e di economia non capiscono niente e sono un pericolo per la tenuta sociale del nostro Paese che è un Paese multietnico. Fieramente multietnico.

Oggi chiedo a voi, miei concittadini, di mobilitarvi per i diritti di tutti, perché anche se a voi oggi sembra di non far parte di questi "tutti", siete già coinvolti. In nome di un presunto benessere, in nome di una maggiore sicurezza ci diranno che in fondo la libertà di espressione è una cosa da ricchi privilegiati, che parlare di diritti di chi fugge e trova inferno in terra e morte nel Mediterraneo è fare il gioco dei negrieri. Addirittura mi sento dire che con le mie critiche aiuto Salvini nei sondaggi: come sempre la colpa non è di chi appicca il fuoco, ma di chi tenta di spegnerlo. Salvini non sale nei sondaggi per colpa di chi lo critica, ma per responsabilità di chi tace e di chi mostra timidezza e timori.

La mobilitazione che vi chiedo è una mobilitazione che riguarda ciascuno di noi, parlate al vostro pubblico e non per me, che in tribunale e fuori so difendere da me le mie ragioni. Vi chiedo di mobilitarvi per difendere i diritti che a breve non ricorderete nemmeno più di aver avuto. Ci stanno facendo credere che non ne abbiamo bisogno, ma presto capiremo che più della tracotanza di questo governo, più dell'arroganza di Salvini, quello che ci sta condannando è il silenzio. La libertà d'espressione e la lotta per i diritti raccontati come "vizi" da élite contro il popolo, che invece invoca sicurezza. Ma la lotta per i diritti è sempre lotta per chi non può permetterseli e per chi spesso non può permettersi nemmeno di chiederli.

E ora voi mi direte: ma le nostre battaglie le facciamo con i nostri libri, con le nostre canzoni, con i nostri spettacoli, con la nostra ironia. È vero, è sempre stato così: ma ci sono dei momenti in cui diventa cruciale capire da che parte si sta e quindi non basta più delegare la resistenza alla propria arte. Dinanzi a menzogne che crescono incontrastate, a truppe cammellate di bugiardi di professione (al loro cospetto gli scherani di Berlusconi erano dilettanti), davanti al dolore che queste menzogne e questi bugiardi di professione provocano, abbiamo tutti il dovere di rispondere: NON È VERO!

Il solito antico scontro: l'arte che prende parte e quella che orgogliosamente disdegna l'ingaggio. La prima che si crede superiore alla seconda in nome dell'impegno e la seconda che si crede superiore alla prima perché rivendica il diritto alla purezza del disimpegno. Steccati che collassano dinanzi ai morti in mare e alle continue menzogne. Dovete parlare ai vostri lettori, ai vostri ascoltatori, a tutti coloro a cui con la vostra arte e il vostro lavoro avete curato l'anima. Abbiate fiducia in voi stessi, avete gettato le basi per essere ascoltati, non abbiate paura di dire a chi vi vuole bene che voi non state con tutto questo.

Ci sarà disorientamento all'inizio, riceverete critiche per aver rotto l'equilibrio dell'equidistanza, che però è fragile e già incrinato. Ma gli effetti virtuosi che domani avranno le vostre parole, vi ripagheranno delle reazioni scomposte degli hater oggi. Il trucco per delegittimarvi lo conoscete, quindi partite (partiamo) in vantaggio. Vi diranno: guadagni? Non puoi parlare. Era così che Mussolini trattava Matteotti prima che venisse ammazzato: sei figlio di benestanti? Non ti puoi occupare di istanze sociali. Pensateci: ma davvero siamo tornati a questo? E soprattutto, davvero stiamo accettando tutto questo? Accettiamo di essere intimiditi da questa comunicazione criminale? Dovremmo vergognarci del frutto del nostro lavoro? Accettare, come vogliono, che autentico sia solo chi tiene la testa bassa?

Scrittori, l'attacco al libro, alla conoscenza, al sapere è quotidiano. "Vai a lavorare" viene detto a chi scrive. Il primo passo di qualsiasi deriva autoritaria parte da disconoscere la fatica intellettuale, togliere alle parole la dignità di lavoro. In questo modo resta solo la propaganda. Editori, non sentite franare la terra sotto i vostri piedi? Prendete parte, non c'è salvezza nel prudente procedere. Bisogna investire casa per casa, strada per strada e conquistare lettori, ossia persone in grado di poter capire il mondo e non subirlo con le maree del rancore: la conoscenza è uno strumento preziosissimo di emancipazione dalla miseria personale, difendiamo questo strumento. Difendiamolo con tutte le nostre energie.

Tra i soccorritori di Josephine, l'unica superstite del naufragio che ha mostrato ancora una volta l'inadeguatezza della Guardia costiera libica a compiere missioni umanitarie, c'era Marc Gasol, uno dei giocatori di basket più forti del mondo, una roccia di due metri e dieci. Dite un po', cosa rispondereste a chi dice: Marc Gasol è ricco, non può occuparsi di chi soffre? Vi sembra un'obiezione plausibile, vi sembra che abbia senso o che siano i deliri di chi oggi ha paura? E allora uscite allo scoperto, oggi l'Italia ha bisogno delle vostre voci libere. Non abbiate paura di chi, più di ogni altra cosa, teme il dissenso perché non ha gli strumenti per poterlo gestire, se non in maniera autoritaria.

E un ministro della Repubblica che querela uno scrittore su carta intestata del ministero sta mettendo in atto un gesto autoritario: sta utilizzando la sua posizione per intimidire non solo me, ma anche voi. Da una parte c'è chi critica, dall'altra tutto il governo, che a oggi non ha manifestato alcun fastidio a essere strumentalizzato. Non mi fa paura la querela e non mi fa paura la solitudine. Ma voi dove siete finiti? Ricordate quando dicemmo "strozzateci tutti" a Berlusconi che avrebbe voluto strozzare chi scriveva di mafie? E ora, dove siete?

Quando ho criticato le politiche dei governi di centrosinistra mi veniva detto che diffamavo il Paese, che diffondevo disfattismo, che esponevo il fianco ai nemici della democrazia. In realtà attivare analisi e critica è il compito (direi il dovere) di chi racconta la realtà; e le sue parole vanno in soccorso della libertà, non la boicottano. Ci siamo ridotti a subire l'offesa che prendere posizione critica su questo governo sia un favore a qualche potente? A qualche interesse? Coraggio!

Ho a lungo riflettuto prima di scrivere queste righe, non vorrei pensiate che vi stia chiamando a raccolta per difendere me, ma vorrei capiste che il tempo per restare nelle retrovie è finito. Se non prenderete parte vorrà dire che quello che sta accadendo sta bene anche a voi. In tal caso a me non resterà il rimpianto di non averci provato, ma voi dovrete assumervi la responsabilità di ciò che accadrà: o complici o ribelli.

"La storia degli uomini - scrisse Vasilij Grossman in Vita e destino - non è dunque la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell'uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell'umanità. Ma se in momenti come questo l'uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere". Voi siete il piccolo seme dell'umanità, senza di voi l'Italia è perduta. Allora, da che parte state?

venerdì 4 agosto 2017

Libia, l’Italia va alla guerra. Contro i migranti e per il petrolio

Stefano Galieni - Responsabile pace, movimenti e immigrazione, Prc S.E.

La partita politica che si va giocando in questi giorni, anzi in queste ore, sulle coste libiche, va ben oltre le questioni riguardanti i migranti. Per certi versi, semplificando, i riflettori puntati sui migranti da “allontanare” costituiscono una motivazione ideologica se non un effetto collaterale per giustificare l’impegno militare italiano nell’area. Gli sforzi per “stabilizzare” la Libia non si sono mai interrotti, il paese è una fonte pressoché inesauribile di risorse, dai gas al petrolio su cui gli appetiti sono forti. Il governo che l’Unione Europea riconosce e che fa base a Tripoli, del Primo Ministro Fayez Al Sarraj controlla a malapena il 20% del vasto territorio del paese, neanche tutta la Tripolitania che (insieme a Cirenaica e Fezzan) sono le 3 macroregioni che costituiscono dal 1911 la Libia. La Cirenaica, ad est, è controllata dal governo del generale Haftar (con sede a Tobruk) mentre nel sud (il Fezzan) la situazione è ancora più caotica. E nel territorio prosperano milizie private o frutto dell’accordo fra famiglie, ognuna delle quali cerca di controllare un’area del paese e di avere un proprio potere contrattuale. Nonostante la ripresa della produzione di petrolio ancora oggi solo una parte del greggio estratto è frutto di “trasparenti” contratti con le multinazionali che lo raffinano. Molti pozzi sono ancora controllati da chi rivende poi il prodotto per conto proprio – tanto ne arriva anche in Italia – e la vendita clandestina serve ad arricchire sia organizzazioni criminali vere e proprie sia l’Isis che non è stato affatto debellato. Se nella Libia di Gheddafi il 70% della popolazione era assunto presso l’amministrazione statale e incrementava il proprio reddito con lavori extra più o meno legali, compreso il traffico di esseri umani, oggi il 30% dell’economia del paese si regge su traffici di ogni tipo, appunto dal petrolio, al prodotto raffinato, alla droga, alle persone. In tale contesto va inquadrato l’interventismo di Italia e Francia che, al di là delle dichiarazioni spesso poi smentite di Macron e di Gentiloni, agiscono in piena concorrenza. I francesi parlano di sostegno all’apertura di hotspot in Libia, da proporre indipendentemente dal gradimento UE. Dovrebbero essere centri in cui separare chi è ritenuto potenziale rifugiato da chi è considerato semplice “migrante economico”. Macron ha poi abbassato i toni ma è chiaro che chi è in grado di stabilire proprie basi in Libia, anche solo per garantire il controllo dei centri di detenzione, giocherà poi un ruolo cruciale nei rapporti con il paese. Con la avventuristica risoluzione approvata invece dal parlamento italiano – camera e senato nello stesso giorno (l’ultimo dei lavori prima della pausa estiva)– si tenta di mettere in scacco le mire transalpine. Un testo votato da una maggioranza ampia, col solo voto contrario di Lega Nord (perché non presuppone in maniera più chiara il respingimento dei migranti), M5S (“governo a novanta gradi, ai Francesi il petrolio a noi i barconi”) SI-Possibile (intervento illegittimo e pericoloso). I parlamentari di FdI si sono astenuti per dimostrare apprezzamento verso le prime timide azioni del governo contro i profughi, FI e buona parte di MDP hanno votato a favore per “senso di responsabilità”. Realizzando di fatto una union sacrée che va da una sedicente sinistra fino alla destra estrema. Anche nella risoluzione italiana si ipotizza la realizzazione di centri di accoglienza (trattenimento) in Libia che dovrebbero però, per quanto affermato, vedere un ruolo di garanzia per i diritti dei migranti di Unhcr e OIM, che da sempre hanno avuto seri problemi a lavorare in quel paese. Come sarà garantito il loro ruolo e la loro azione in un paese così instabile e fragile? Leggendo il testo e cercandovi più quello che non è esplicitato che quanto affermato in maniera pomposa viene da pensare che, in caso di perdurante instabilità tale da rendere ininfluente l’operato della missione, si potrebbe aprire lo scenario di un intervento più impegnativo sul territorio libico, con la scusa di sostenere il “legittimo governo”. Un governo che intanto sta per proporre al parlamento di Tripoli una nuova costituzione che risulta però sgradita a molti degli attori in campo, in particolar modo ai sostenitori del generale Haftar perché tra l’altro impedisce la partecipazione dei militari alla vita politica. Il generale gode del sostegno di Egitto e Russia ma la stessa Francia, che formalmente sostiene il governo di Tripoli, non nasconde di voler in parte assecondare il governo di Tobruk. Il generale Haftar ha dichiarato in una recente intervista di considerare illegittimo l’intervento italiano e di non escludere un attacco militare alle navi “straniere” che si avvicineranno al territorio libico. Appare chiaro che senza un benestare del governo di Tobruk e di Haftar sarà impossibile semplicemente immaginare qualsiasi passo avanti nella normalizzazione. Alla presentazione del testo della costituzione la commissione incaricata è stata fatta oggetto di un violento assalto da parte dei sostenitori del generale. Difficile pensare che la pace e la stabilità del paese, con questo clima sia vicina. I problemi non sono solo con la Cirenaica, oggi nessuno in Libia ha l’autorevolezza per imporsi da solo, né i nostalgici del regime Gheddafi né tantomeno gli islamisti più convinti, il territorio è frantumato in attori politici, militari e spesso criminali, l’un contro l’altro armati. Quella che è in corso nella ex colonia italiana – mai dimenticarlo – è poi anche una guerra interna all’UE, per imporre il proprio uomo forte e il proprio dominio imperialista e anche l’Italia fa parte del gioco. Quella che si prepara è una stagione oscura, con le Ong che non accettano di lavorare embedded che saranno impossibilitate ad intervenire per effettuare soccorso in mare, con un aumento certo dei costi, dei rischi e delle morti per un viaggio verso l’Europa che resta ancora per molte e molti la sola soluzione possibile. E quella che il parlamento italiano ha sancito col voto del 2 agosto è una scelta di non ritorno, comoda nel breve termine da spendersi in xenofobe campagne elettorali, ma costosa e perdente nel futuro, perché non arginerà certo gli arrivi. Una scelta che impantanerà il governo nel conflitto libico, già si intravvedono le prime avvisaglie, non passerà molto tempo prima che per garantire la missione si dovrà avere una presenza sempre più massiccia sulle coste libiche mentre dovranno aumentare gli interventi per disinnescare quanto sta avvenendo nei paesi del Sahel, luoghi di transito di chi è in fuga, incontrollabili ad oggi almeno quanto la Libia. Una scelta vigliacca e ipocrita ed è per questo inaccettabile sentire persone che si dichiarano “di sinistra” affermare di averla accettata per “senso di responsabilità”. Responsabilità per garantire la stabilità del governo e un posto in parlamento alle prossime elezioni? Nessun senso di responsabilità invece per i tanti morti che tale decisione provocherà? Per quante persone in più potranno essere torturate e uccise grazie a questa copertura nei centri di detenzione libici? Chi oggi ha compiuto una “scelta responsabile” va considerato definitivamente fuori da qualsiasi prospettiva di alleanza nella sinistra antiliberista. Non c’è spazio per chi votava la guerra nel passato ce ne è ancora di meno per chi la vota nel presente.


domenica 15 novembre 2015



QUALCHE RIFLESSIONE SUGLI ATTENTATI DI PARIGI DEL 13 NOVEMBRE 2015
                                                                                             di  Tommaso Meldolesi
I sei attentati che hanno messo l’altra sera in ginocchio la capitale francese costituiscono un colpo durissimo alla democrazia e a tutta la civiltà occidentale. Un fatto senza precedenti, annunciato dieci mesi fa dalla barbara uccisione dei giornalisti della testata satirica Charlie Hebdo. Ancora un fatto di sangue che imbratta il centro di Parigi, ancora una volta la Francia vittima della violenza dello stato islamico. “La Francia, il paese che gli jiadisti amano odiare” così il 14 novembre uno dei numerosi titoli del celebre quotidiano Le Monde. Ma perché la Francia? Perché proprio in questo momento? E perché non aver scelto i quartieri commerciali o la sede del potere politico? Ci si pone queste e tante altre domande mentre siamo scossi e disorientati dinanzi a tanta violenza. Siamo ancora increduli nell’udire le notizie che ci giungono da Parigi: un numero di morti sempre in crescita una situazione che non smette di preoccupare tanto gli opinionisti, quanto e soprattutto la gente comune. In molti il giorno dopo gli attentati, a Parigi, hanno trascorso la giornata asserragliati in casa per la paura.  Il governo stesso ha invitato i parigini a non uscire se non per bisogni estremamente urgenti. La tensione è alle stelle. E con una faccia tirata e la voce rotta dall’emozione, l’altra sera quasi a mezzanotte, nel suo discorso alla nazione, il presidente della Repubblica François Hollande ha parlato di due decisioni forti prese in queste drammatiche circostanze: la prima è “lo stato di allerta” esteso a tutto il territorio che potrebbe implicare la chiusura di alcune vie di comunicazione e l’obbligo di perquisizioni; la seconda riguarda la chiusura delle frontiere al fine d’impedire possibili arrivi in Francia di personaggi sospetti. Hollande ha anche parlato della necessità di essere uniti e forti per fronteggiare questo momento particolarmente difficile e di non tirarsi indietro di fronte alle grandi difficoltà del paese, ma di avere fiducia nelle istituzioni affinché riportino la situazione della capitale alla normalità.
E’ stato peraltro proprio il presidente Hollande, per la sua decisione d’intervenire militarmente in Siria, ad essere una delle cause dell’attacco del 13 novembre. Ci sono tuttavia sono almeno altre due cause da prendere in considerazione: la prima è che il Medio Oriente, dove la religione musulmana è molto forte, ci sono campi di addestramento per giovani e anche per giovanissimi ragazzini che vengono iniziati alla cultura del fanatismo religioso; tutto questo è completamente sfuggito di mano alla cultura occidentale. La seconda è che nelle banlieues che circondano Parigi, soprattutto nella parte nord della città, intorno a Saint-Denis, per l’appunto non lontano dallo “Stade de France”, una cospicua fetta della popolazione vive in condizioni molto disagiate. Soprattutto i giovani, spesso provenienti dal Nord-Africa, rimangono facilmente affascinati dall’ideologia totalizzante dell’estremismo religioso. Là dove c’è una mancanza, una situazione di povertà e sofferenza, l’adesione ad una fede religiosa totalizzante  rappresenta spesso l’unica alternativa in cui potersi riconoscere, al punto da farsi imbottire la testa di idee fanatiche che possono portare gli adepti a percorrere la strada verso il sacrificio e l’auto-distruzione. Perché allora scegliere i quartieri  “bene”, quelli in cui si decide il futuro del paese, ma quelli invece che il 14  novembre in un bell’articolo su “Nazione Indiana”, Giacomo Sartori definisce della “mixité”, ossia di un mescolamento culturale e sociale molto variegato? Son questi  i quartieri in cui la gente esce, si incontra a bere un bicchiere dopo cena, i locali in cui si fa “la fête”: cose che molti ragazzi delle banlieues non si possono permettere. Per questa ragione decidono di scagliarsi non contro un mondo che in realtà è molto lontano da loro come quello dell’alta finanza o delle grandi decisioni politiche, ma con un mondo a loro più vicino, quello della popolazione borghese da loro odiata perché felice e benestante.  E, a causa della crisi che nel corso di questi anni in Francia, come in Italia, ha allargato notevolmente il ventaglio della povertà, empre più numerosi saranno coloro che devono abbandonare la vita parigina e, per ragioni economiche, trovare un alloggio nelle zone limitrofe, nelle banlieues, appunto. Vengono allora in mente le scene terribili del film La Haine, il film de Mathieu Kassovitz uscito nel 1995 che già vent’anni fa mostrava le grandi disparità che esistono tra le diverse fasce della popolazione anche nella ricca e appariscente, oltre che colta Parigi. Là dove ad essere escluso dallo sviluppo e dalla crescita della società è soprattutto chi ha origini nord-africane o mediorientali,  la marginalità si spiega spesso attraverso una recriminazione profonda intrisa d’odio a cui si aggiunge il  fanatismo religioso. La manifestazione di tutto ciò sfocia inevitabilmente nella violenza verso tutto ciò che incarna l’agiatezza del mondo occidentale. Per di più, il modello scolastico che viene proposto dall’Europa tenderà, a partire dal prossimo futuro, ad escludere progressivamente le fasce più deboli della popolazione e  a costringerle ad una crescente e continua situazione di marginalizzazione. L’odio verso la società occidentale potrebbe aumentare nelle banlieues a tal punto da rappresentare per l’Europa un problema insormontabile.
In questo momento la società europea sta vivendo un periodo di grande difficoltà, in quanto diversi governi in carica, nel tentativo di fronteggiare la crisi,  sempre più spesso si fanno promotori di decisioni volte a soddisfare solo in parte le esigenze e le aspettative della popolazione e la destra oltranzista e qualche movimento di recente formazione non aspettano altro per cavalcare il malcontento soprattutto presso i ceti meno abbienti. Ora, un ulteriore attacco sferzato nel cuore dell’Europa, a Parigi che in passato fu la capitale indiscussa della cultura europea, ma che gli ideatori e gli autori degli attentati del 13 novembre considerano per i suoi attacchi alla Siria, oltre che per la sua vicinanza con la Germania (uno degli obiettivi scelti dagli attentatori è stato lo stadio dove si stava giocando una partita amichevole tra le formazioni dei due stati europei) rende tutta l’Europa e tutto l’Occidente ancora più in bilico, vulnerabile e in preda al terrore. Potrebbero verificarsi altri attentati? Dove? A Roma? A Milano? A Londra? A New York? Non si sa nulla, ma serpeggia tra la gente comune un sentimento di paura e d’impotenza di fronte agli attentati e all’impossibilità di creare un dialogo sulle ragioni di tanta violenza. Tutto questo porta, neanche tanto di rado, erroneamente, molte persone a considerare potenzialmente pericolosi, tutti i musulmani che abitano in Occidente, indipendentemente dalle loro posizioni o dal loro livello d’integrazione nella società, e di creare quindi un clima di sfiducia e di frammentazione all’interno della società.
Infine, gli attentati di Parigi hanno avuto luogo un venerdì, giorno di riposo e di preghiera per la cultura islamica, ma per molti francesi, giorno in cui inizia “la fête” che precede il week-end: diversità di vedute, d’impostazione, di cultura. Probabilmente c’è chi interpreta la “fête” del venerdì sera o l’atmosfera d’euforia causata da un concerto rock, come i segnali del degrado e della corruzione della società, ma a questo non si può contrapporre la violenza che semina il terrore, il panico e la morte di vittime innocenti. Nella cultura occidentale fondata sulla dialettica, sul dialogo e sul confronto di opinioni diverse, qualsiasi manifestazione di violenza e di morte è da condannare, senza mezzi termini.

15 novembre 2015