martedì 28 aprile 2020

Ogni giorno tutti i Paesi d’Europa (e non solo) comunicano i bollettini ufficiali con contagi e decessi. Ma, in particolare sul numero di vittime, quanto sono davvero attendibili Italia, Spagna, Regno Unito, Francia, Svezia, Svizzera e Paesi Bassi? Per la Germania e il Belgio non è possibile saperlo, perché non comunicano ancora i dati necessari a scoprirlo. In base alle statistiche ufficiali, oggi l’Italia è il Paese europeo più colpito dopo la Spagna. Il drammatico bilancio delle vittime, ormai intorno alle 27 mila, è addirittura il più alto. Per capire, però, il reale impatto del virus sul nostro Paese rispetto al resto d’Europa bisogna sapere chi dice davvero la verità e quanto è ridimensionato il numero dei decessi. I dati sulle morti da Covid-19, che ci vengono comunicati quotidianamente dalla Protezione civile, si riferiscono solo ai pazienti con una diagnosi accertata tramite il tampone, e quindi sono inferiori rispetto alla realtà. La stessa cosa avviene negli altri Paesi europei considerati. Un’elaborazione dell’Istituto per gli studi di Politica internazionale (Ispi) sui morti registrati dai rispettivi Istituti di statistica nazionali, che Dataroom consulta in anteprima, ci permette di mettere a confronto Paese per Paese il numero dei morti di quest’anno con quelli degli anni precedenti. La differenza dovrebbe corrispondere alle morti da Covid-19, ma rispetto ai dati comunicati durante i mesi dell’epidemia c’è una notevole distanza. Cosa vuol dire? Che sono i morti sottostimati, cioè i pazienti che hanno contratto la malattia ma non sono stati tamponati e quelli deceduti per effetti collaterali del coronavirus: dai pazienti con infarti, ictus, aneurismi, o altre patologie, non visitati e soccorsi in tempo a causa degli ospedali pieni. Una volta individuato questo numero è possibile sapere anche quali sono i Paesi che hanno barato di più nella comunicazione e che hanno il tasso di mortalità in eccesso più alto per milione di abitanti.
Il confronto con gli anni precedenti
Il periodo preso in considerazione tra un Paese e l’altro può variare di qualche giorno, in base all’aggiornamento che ciascuno fa, ma vengono sempre analizzati i dati dei decessi fotografati dagli Istituti di statistica nazionali tra marzo e aprile 2020 rispetto alla media degli ultimi quattro anni (2015-2019). Per avere un confronto attendibile ovviamente non sono paragonati i dati dell’ultimo minuto. Dimentichiamoci, allora, per un attimo i bollettini quotidiani e guardiamo i morti registrati dalle anagrafi. La Spagna conta 68.056 decessi contro i 39.981 dello stesso periodo negli anni precedenti. È il Paese dove la crescita è maggiore: più 70%. I Paesi Bassi fanno registrare un più 50% (22.352 contro 14.895). Segue l’Italia con 78.757 decessi al 4 aprile contro 57.882. Gli ormai noti dati Istat ci dicono che a livello italiano l’aumento in media è del 36% (ben sappiamo, però, che la più colpita è la Lombardia con incrementi che arrivano a decuplicarsi nei comuni della Bergamasca). Anche il Regno Unito registra un più 36% (63.842 contro 46.877). Poi Svizzera più 25%, Francia e Svezia più 20%.
Vittime reali e morti comunicati
Questo aumento dei decessi, in gergo statistico, viene definito «eccesso di mortalità». Per fare un passo in avanti occorre quantificare la distanza che c’è tra le vittime in più che si contano quest’anno e i morti che ci vengono comunicati tutti i giorni dalla Protezione civile e dalle autorità degli altri Paesi. Il confronto fa emergere un numero: quello delle vittime non contemplate dai bollettini Covid-19, ovvero la sottostima. In cima alla graduatoria in termini assoluti c’è il Regno Unito (meno 8.184), poi la Spagna (meno 7.326), quindi l’Italia (meno 5.547), i Paesi Bassi (meno 3.797), la Francia (meno 3.679), la Svizzera (meno 339) e la Svezia (298). Annota il ricercatore dell’Ispi Matteo Villa: «Qui capiamo, ancora, cosa manca per un approccio più sistematico alla Fase 2: riuscire a tener traccia delle persone decedute è cruciale per poter comprendere come stia procedendo realmente l’epidemia in ciascun Paese».
La sottostima dei decessi Covid-19
È ovvio che non tutti i decessi in eccesso possono essere considerati di sicuro morti da Covid-19. Ma il numero è la spia più attendibile che possiamo avere sul reale tasso di incidenza dell’epidemia sulla popolazione, i cosidetti «effetti collaterali», che include appunto i decessi non da coronavirus, ma di pazienti che non sono riusciti a essere curati al meglio in un momento in cui gli ospedali sono stati travolti dai malati Covid-19. Qui prendiamo in considerazione la differenza tra i decessi reali e quelli comunicati non più in termini assoluti, ma in percentuale. Ne esce la classifica dei Paesi con i bollettini meno affidabili. La sottostima maggiore è dei Paesi Bassi (104%), a ruota il Regno Unito (93%), la Francia (41%), l’Italia (36%), la Svezia e la Spagna (35%) e la Svizzera (34%). «Non è vero che l’Italia sottostima i decessi molto più degli altri Paesi europei — sottolinea Villa —. Anzi, è sorprendente constatare come siano più o meno tutti in linea tra il 30 e il 40%, tranne Paesi Bassi e Regno Unito che invece sono molto lontani dagli altri». Complessivamente, la verità è che i dati comunicati sono sottostimati del 49%. Manca, insomma, all’appello una vittima su tre.
L’incidenza sulla popolazione
I dati reali — ossia i morti in più rispetto agli anni scorsi — ci permettono anche di sapere qual è il Paese europeo davvero più colpito per milione di abitanti. Spagna 663 decessi, Italia 586, Regno Unito 554, Paesi Bassi 524, Francia 482, Svezia 295, Svizzera 246. «Questa classifica è molto più realistica di quella che otterremmo utilizzando i soli numeri comunicati», riflette Villa.
Il caso Belgio
Il Belgio è un caso a sé, addirittura quasi ignorato. Non è possibile calcolare il numero reale di morti causati dalla pandemia perché non è aggiornato il registro con il numero totale dei decessi a marzo e aprile. Il governo belga, però, dice di essere più trasparente rispetto al resto d’Europa perché, dentro ai suoi 7.200 morti Covid dichiarati, include anche i sintomatici non testati e le morti sospette dentro le case di riposo, dove si sta consumando una silenziosa strage: quasi il 50% dei morti. Anche se prendiamo questo numero per buono, restano fuori dal conto tutti gli altri. Infatti se si confronta l’unico dato disponibile, ovvero la media dei decessi degli anni 2009-2018, si può vedere per esempio che dal 7 al 13 aprile il numero dei morti Covid-19 supera quello relativo a tutte le altre cause.
Resta il fatto che se vogliamo attenerci ai bollettini ufficiali comunicati da tutti i Paesi, il Belgio oggi conta il numero di decessi più alto di tutto il continente (e forse nel mondo): 597 per milione di abitanti, contro i 480 della Spagna e i 430 dell’Italia. Un dato disastroso se si considera che non è solo un piccolo Paese dell’Unione (11 milioni di abitanti), ma rappresenta il cuore stesso dell’Europa. Bruxelles è la sede del Parlamento e della Commissione europea, e la ripartenza passa anche da lì. Eppure, sulla gestione della pandemia è anche il Paese sul quale ci sono meno informazioni.
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giovedì 16 aprile 2020


MORTE DELLO SCRITTORE CILENO Luís Sepúlveda

di Tommaso Meldolesi

Luís Sepúlveda, scrittore, attivista politico e difensore dei diritti umani è morto stamattina a causa del COVID-19  Era nato in Cile nel 1949. Avendo subito l’influenza di un nonno ed uno zio anarchici, s’iscrive giovanissimo al Partito comunista. Scrive sul giornale di sinistra “Clarín”  ed è insignito a soli vent’anni del premio “Casa de las Americas” per la sua prima raccolta di racconti Cronicas de Pedro Nadie. Gran viaggiatore,  soggiorna in Russia dove, con una borsa di studi, segue corsi di drammaturgia, poi tornato in Cile, si diploma in regia teatrale. Entra nelle file dell'Ejercito de Liberacion Nacional in Bolivia e, come membro del partito socialista, nella guardia personale di Salvador Allende. Ribelle e anticonformista viene arrestato e torturato da Pinochet nel 1973. Liberato grazie ai numerosi appelli di Amnesty International, gli deve fuggire in esilio per otto anni. Scappa in Brasile e poi in Paraguay, quindi è nella capitale dell'Equador dove riprende la sua attività di drammaturgo. Soggiorna pure in Amazzonia, da cui trarrà ispirazione per il romanzo Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. Per alcuni anni viaggia in Francia, in Germania, poi in Spagna, mostrando sempre un grande interesse per la difesa dei diritti umani e dell’ambiente. In questo senso collabora con l'Unesco per cui studia l'impatto dell'occidente sulla popolazione di indios Shuar e con Greenpeace ad Amburgo. In una recente intervista a Il Manifesto del 22 ottobre 2019, dichiara di provare una grande rabbia di fronte a tempi che si credevano superati. L’avanzata della destra violenta è evidente in quasi tutto il continente latinoamericano: “Nel fondo c’è una parte dell’eredità di Pinochet. E appena sopra c’è un’estrema destra fascista nello stile di Bolsonaro […] Il Cile è un paese dove le disuguaglianze sociali sono incredibili”. La repressione del potere contro l’ira delle classi popolari può portare a una fase tragica della storia del Cile. L’unica soluzione, afferma Sepúlveda, potrebbe venire dai giovani, anche se per il momento manca un vero e proprio progetto politico e risorse intellettuali adeguate che possano aprire nuove prospettive per il paese. Di  lui ricordiamo Il Potere dei sogni, dove l’autore mostra, con grande dolcezza, come la fratellanza e la solidarietà  costituiscano i pilastri fondamentali delle relazioni umane; Cronache dal cono Sud, Patagonia Express e la meravigliosa  Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare , che è diventato un successo internazionale Sulla scia di quest’opera,  l’autore scrive Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico, Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza, Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà, e Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa.
Resteranno nella mente di chi si batte ogni giorno contro le ingiustizie e i diritti dei più deboli, le storie e i racconti di Luís Sepúlveda, profondamente intensi, poetici e umani.




lunedì 6 aprile 2020


Devo dire di non essere così contrario ad abolire il valore legale dell'esame di maturità, visto che siamo l'ultimo paese d'Europa a mantenerlo ancora in vita e che onestamente in questo momento questo snellirebbe un po', anzi un po' tanto le cose, in quanto ci si potrebbe maturare con i voti dell'ultimo anno, senza spendere inutilmente un sacco di soldi! Quanto poi a far ripartire la scuola sulla base delle nuove tecnologie alle quali i docenti dovranno volenti o nolenti adattarsi, e sulle competenze, non più sulle conoscenze questo è un altro discorso. Il docente è un FORMATORE, OSSIA UN PROFESSIONISTA DELL'EDUCAZIONE. IL SUO COMPITO È QUELLO DI GUIDARE IL RAGAZZO, DI ASSISTERLO, DI CORREGGERLO, DI SPIEGARGLI ALCUNE INESATTEZZE CHE IL RAGAZZO OUO' AVERE NEL CORSO DEL PROCESSO DI APPRENDIMENTO, D'INCORAGGIARLO, DI SPRONARLO, DI TRASMETTERGLI FIDUCIA, DI AIUTARLO A CRESCERE! e questo mi dispiace non si avverare soltanto attraverso l'uso delle nuove tecnologie. ALLE COMPETENZE CI SI ARRIVA SICURO MA ATTRAVRESO UN CAMMINO LUNGO E SPESSO TORTUOSO E DIFFICILE OVE IL DOCENTE DEV'ESSERE PRESENTE PER SOSTENERE IL RAGAZZO NEL SUO PROCESSO DI CRESCITA E DI PERFEZIONAMENTO! ALTRIMENTI IL DOCENTE RISCHIA DI DIVENTARE COME UNA SCATOLA DI PELATI CHE SI COMPRA AL SUPERMERCATO E CHE L'ALUNNO SCEGLIE NON IN FUNZIONE DELLE CONOSCENZE CHE POTREBBE ACQUISIRE, MA IN FUNZIONE DI QUANTO IL DOCENTE LO FA STUDIARE ROMPENDOGLI LE SCATOLE ED ESIGENDO DA LUI IMPEGNO E SERIETA' O NON LO FA STUDIARE FREGANDOSENE DI LUI MA LASCIANDOLO PIU' LIBERO DI FARSI GLI AFFARI PROPRI; DI COME IL DOCENTE LO POTREBBE VALUTARE, QUINDI DEI VOTI E DELLA VALUTAZIONE FINALE CHE E' QUANTO PIU' INTERESSA AI NOSTRI ALUNNI: INSOMMA IL PROF SAREBBE QUANTO DI PIU' CONVENIENTE SI TROVA SUL MERCATO IN UN RAAORTO DI QUALITA'-PREZZO! E PER FAVORE FACCIAMO CHE IL NOSTRO RUOLO DI DOCENTI NON SI RIDUCA A QUESTO!

giovedì 26 marzo 2020


Lettera dei medici dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo al New England Journal of Medicine.
"Lavoriamo all'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, una struttura all'avanguardia con 48 posti di terapia intensiva. Nonostante Bergamo sia una città relativamente piccola, è l'epicentro dell'epidemia con 4305 casi, più di Milano e di qualsiasi altro comune nel paese.
Il nostro ospedale è altamente contaminato e siamo già oltre il punto del collasso: 300 letti su 900 sono occupati da malati di Covid-19. Più del 70% dei posti in terapia intensiva sono riservati ai malati gravi di Covid-19 che abbiano una ragionevole speranza di sopravvivere.
La situazione è così grave che siamo costretti a operare ben al di sotto dei nostri standard di cura. I tempi di attesa per un posto in terapia intensiva durano ore. I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative. Le famiglie non possono avere alcun contatto coi malati terminali e sono avvisate del decesso dei loro cari per telefono, da medici benintenzionati ma esausti ed emotivamente distrutti.
Nelle zone circostanti la situazione è anche peggiore. Gli ospedali sono sovraffollati e prossimi al collasso, e mancano le medicazioni, i ventilatori meccanici, l'ossigeno e le mascherine e le tute protettive per il personale sanitario. I pazienti giacciono su materassi appoggiati sul pavimento.
Il sistema sanitario fatica a fornire i servizi essenziali come l'ostetricia, mentre i cimiteri sono saturi e (l'accumulazione dei cadaveri, ndt) crea un ulteriore problema di salute pubblica.
Il personale sanitario è abbandonato a se stesso mentre tenta di mantenere gli ospedali in funzione. Fuori dagli ospedali, le comunità sono parimenti abbandonate, i programmi di vaccinazione sono sospesi e la situazione nelle prigioni sta diventando esplosiva a causa della mancanza di qualsiasi distanziamento sociale.
Siamo in quarantena dal 10 marzo. Purtroppo il resto del mondo sembra non essersi accorto che a Bergamo l'epidemia è fuori controllo.
I sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti intorno al concetto di patient-centered care (un approccio per cui le decisioni cliniche sono guidate dai bisogni, dalle preferenze e dai valori del paziente, ndt). Ma un'epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un approccio community-centered care. Stiamo dolorosamente imparando che c'è bisogno di esperti di salute pubblica ed epidemie. A livello nazionale, regionale e di ogni singolo ospedale ancora non ci si è resi conto della necessità di coinvolgere nei processi decisionali chi abbia le competenze appropriate per contenere i comportamenti epidemiologicamente pericolosi.
Per esempio, stiamo imparando che gli ospedali possono essere i principali veicoli di trasmissione del Covid-19, poiché si riempiono rapidamente di malati infetti che contagiano i pazienti non infetti. Lo stesso sistema sanitario regionale contribuisce alla diffusione del contagio, poiché le ambulanze e il personale sanitario diventano rapidamente dei vettori. I sanitari sono portatori asintomatici della malattia o ammalati senza alcuna sorveglianza.
Alcuni rischiano di morire, compresi i più giovani, aumentando ulteriormente le difficoltà e lo stress di quelli in prima linea.
Questo disastro poteva essere evitato soltanto con un massiccio spiegamento di servizi alla comunità, sul territorio. Per affrontare la pandemia servono soluzioni per l'intera popolazione, non solo per gli ospedali.
Cure a domicilio e cliniche mobili evitano spostamenti non necessari e allentano la pressione sugli ospedali. Ossigenoterapia precoce, ossimetri da polso, e approvvigionamenti adeguati possono essere forniti a domicilio ai pazienti con sintomi leggeri o in convalescenza. Bisogna creare un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l'adeguato isolamento dei pazienti facendo affidamento sugli strumenti della telemedicina.
Un tale approccio limiterebbe l'ospedalizzazione a un gruppo mirato di malati gravi, diminuendo così il contagio, proteggendo i pazienti e il personale sanitario e minimizzando il consumo di equipaggiamenti protettivi.
Negli ospedali si deve dare priorità alla protezione del personale medico. Non si possono fare compromessi sui protocolli; l'equipaggiamento deve essere disponibile. Le misure per prevenire il contagio devono essere implementate massicciamente, in tutti i luoghi compresi i veicoli. Abbiamo bisogno di strutture ospedaliere interamente dedicate al Covid-19 e separate dalle aree non contagiate.
Questa epidemia non è un fenomeno che riguarda soltanto la terapia intensiva, è una crisi umanitaria e di salute pubblica. Richiede l'intervento di scienziati sociali, epidemiologi, esperti di logistica, psicologi e assistenti sociali. Abbiamo urgente bisogno di agenzie umanitarie che operino a livello locale.
L'OMS ha lanciato l'allarme sugli allarmanti livelli di inazione (dei paesi occidentali, ndt). Sono necessarie misure coraggiose per rallentare l'infezione. Il lockdown è fondamentale: in Cina il distanziamento sociale ha ridotto la trasmissione del contagio di circa il 60%. Ma non appena le misure restrittive saranno rilassate per evitare di fermare l'economia, il contagio ricomincerà a diffondersi.
Abbiamo bisogno di un piano di lungo periodo per contrastare la pandemia.
Il coronavirus è l'Ebola dei ricchi e richiede uno sforzo coordinato e transnazionale. Non è particolarmente letale, ma è molto contagioso. Più la società è medicalizzata e centralizzata, più si diffonde il virus.
La catastrofe che sta travolgendo la ricca Lombardia potrebbe verificarsi ovunque."
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Nota: la lettera originale si trova qui: https://catalyst.nejm.org/doi/full/10.1056/CAT.20.0080

Gli autori sono Mirco Nacoti, Andrea Ciocca, Angelo Giupponi, Pietro Brambillasca, Federico Lussana, Michele Pisano, Giuseppe Goisis, Daniele Bonacina, Francesco Fazzi, Richard Naspro, Luca Longhi, Maurizio Cereda e Carlo Montaguti

sabato 2 novembre 2019

Alda Merini, Poesia


E poi fate l’amore.
Niente sesso, solo amore.
E con questo intendo
i baci lenti sulla bocca,
sul collo,
sulla pancia,
sulla schiena,
i morsi sulle labbra,
le mani intrecciate,
e occhi dentro occhi.
Intendo abbracci talmente stretti
da diventare una cosa sola,
corpi incastrati e anime in collisione,
carezze sui graffi,
vestiti tolti insieme alle paure,
baci sulle debolezze,
sui segni di una vita
che fino a quel momento
era stata un po’ sbiadita.
Intendo dita sui corpi,
creare costellazioni,
inalare profumi,
cuori che battono insieme,
respiri che viaggiano
allo stesso ritmo.
E poi sorrisi,
sinceri dopo un po’
che non lo erano più.
Ecco,
fate l’amore e non vergognatevi,
perché l’amore è arte,
e voi i capolavori.

domenica 6 ottobre 2019


Scosse elettriche su ragazzini di 15 anni. Giorni interi rinchiusi in dei container. Strumenti tecnici sofisticati per la cattura di esseri umani. «L’Europa paga la Croazia perché faccia la guardia ai “suoi sacri confini” e della Bosnia ha fatto una discarica umana», dice l’attivista Lorena Fornasir

«Quello che sta accadendo tra la Bosnia e la Croazia è un disastro umanitario». È questa la fotografia che Lorena Fornasir fa di quello che avviene al confine tra i due paesi.
Lorena Fornasier, 66 anni, e suo marito Gian Andrea Franchi, 83, dal 2015 si occupano di migranti. «Io e mio marito prima del 2015 non avevamo mai fatto volontariato nella nostra vita», racconta Lorena Fornasir, «a Pordenone prima, e a Triste dove attualmente viviamo, abbiamo visto arrivare decine – che presto si sono trasformati in centinaia – di migranti. Nessuno si occupava di loro e noi non potevamo voltargli la faccia. Alla notizia di un ragazzo afgano di 20 anni morto schiacciato tra due container mentre dormiva, si stava nascondendo al molo di Trieste, abbiamo deciso che dovevamo andare oltre i confini e capire quello che stava succedendo».
Così i coniugi fanno avanti e indietro tra la Bosnia, la Croazia e Trieste: «raccogliamo donazioni, compriamo beni di prima necessità come cibo, scarpe e coperte, e partiamo. Raccogliamo anche storie e testimonianze: quello che succede è veramente agghiacciante».
Lorena ha lanciato una petizione su Change.org diretta alla corte europea dei diritti dell’uomo “Torture ai confini dell’Europa”. «Le persone migranti che provengono da Paesi devastati dalla guerra e da estrema povertà, pur avendo diritto a richiedere asilo in Europa, secondo la normativa internazionale, sono bloccate in condizioni disumane ai confini tra Bosnia e Croazia».
In Bosnia a Vucjak, 8 chilometri dal confine croato, le persone vivono sopra una ex discarica. A Bihac e Velika Kladuša, sempre sul confine, la situazione sta implodendo. Secondo il report di unhcr la rotta Balcanica segue due strade: quella principale, che dalla Grecia va verso Macedonia del Nord e Serbia settentrionale, e vede il passaggio delle persone in Bosnia Erzegovina nell’area di Zvornik e di Bijeljina attraversando il fiume Drina con piccoli gommoni o percorrendo a piedi i ponti della ferrovia. Poi c'è l'altro flusso che dalla Grecia si muove verso l'Albania e poi in Montenegro verso la Bosnia Erzegovina.
«Tutti vogliono passare il confine per raggiungere l’Europa», spiega Lorena. «Ma quello che succede è, quasi sempre, questo: i migranti vengono arrestati e picchiati quando cercano di superare il confine. Poi vengono rinchiusi per 36 ore in container insieme ai loro escrementi. Dopo 36 li fanno uscire, la polizia gli accerchia. Ne scelgono uno e lo massacrano di botte. Gli altri sono costretti a guardare in attesa che arrivi il loro turno. Pochi giorno fa abbiamo raccolto la testimonianza di un ragazzino di 15 anni seviziato con la corrente elettrica. Dopo ancora li cariano sui camion e li riportano a 25 chilometri dal confine con la Bosnia, lì un’altra squadra di polizia ricomincia con le sevizie. Le donne non sono escluse. Ormai la polizia croata fa di tutto per rintracciarli. Con dei fondi avuti dall’unione europea ha potenziato “la difesa dei confini”, si è munita di droni e di nuove apparecchiature che registrano il calore. Se un migrante si muove nel bosco loro lo troveranno. L’Europa paga la Croazia perché faccia la guardia ai “suoi sacri confini” e della Bosnia ha fatto una discarica umana. Eppure queste persone continuano a provarci, perché o entrano in Europa o muoiono. Non hanno alternative. Tutti parlano delle torture in Libia. Ma anche qui la tortura è all’ordine del giorno. Come possiamo permettere che accada?».
Tanti dei ragazzi intercettati da Lorena e suo marito sono morti: «Lo scorso febbraio, Alì era stato catturato e la polizia croata, dopo vari maltrattamenti, dalla Croazia lo aveva respinto in Bosnia, tra la neve il gelo, levandogli vestiti e scarpe. Alì era ritornato a Velika Kladusa a piedi, tra la neve, vagando per ore. I suoi piedi si erano congelati ed erano andati in necrosi. Dopo mesi di sofferenze, Alì è morto sabato 21 Settembre a causa della disumanità a cui era stato destinato dalla polizia, la carne dei sui piedi cadeva a pezzi. Mercoledì 25 settembre ho incrociato Adnan lungo la strada che scende dal confine di Velika Kladusa in Bosnia Erzegovina, dopo che era stato catturato, seviziato e respinto dalla polizia croata. Gli avevano tolto le scarpe e lo avevano torturato con una sbarra incandescente scorticandogli la gamba. Questi crimini si chiamano tortura. La Croazia, che ha ricevuto milioni e milioni di euro per "contenere" i flussi migratori, è stata dotata di strumenti tecnici sofisticati per la cattura di esseri umani. Sono già state denunciate le sevizie che utilizza in maniera indiscriminata su uomini, donne, bambini. Ora è giunta a perpetrare anche la tortura»
«Chiedo alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo», si legge nella petizione su Change.org, «di condannare con forza le violenze perpetrate dalle forze di polizia croata contro persone inermi. In particolare, chiedo sia preso in esame il trattamento inumano e degradante, l'uso della tortura fisica e l'applicazione della tortura psicologica tramite minacce di morte».


Sciopero del 27 settembre, “in Italia un milione di partecipanti”. Greta al corteo in Canada, 170mila sfilano in Nuova Zelanda

A Milano 150mila persone e a Roma gli organizzatori parlano di 200mila tra studenti, genitori e prof che sfilano nell'ultimo giorno che chiude la Week for Future. Piazze coloratissime e affollate da Genova a Trieste, passando per Venezia e Torino e altre decine di città. Momenti di tensione a Palermo dove una trentina di ragazzi, tutti vestiti di nero, ha interrotto il corteo. A Wellington la manifestazione sul clima è la più grande di sempre
Studenti di ogni età, universitari, genitori, nonni e prof. A Genova sono 10mila, a Napoli 80mila con un corteo lungo un chilometro e mezzo, a Milano 150mila e a Roma 200mila. E poi 50mila a Firenze, 20mila a Torino e Bologna e 10mila a Palermo e Bari. I numeri sono degli organizzatori di Fridays for Future, che fanno un conteggio complessivo per l’Italia: oltre un milione di persone hanno partecipato ai cortei per il clima. Hanno invaso piazze e strade in 160 città italiane per il terzo global strike, seguendo l’onda del movimento ispirato da Greta Thunberg, che questa settimana era all’Onu per il summit sul clima. Fiumi di persone da Nord a Sud per chiedere alla politica di agire per salvare il pianeta, passando dagli annunci ai fatti.
La giornata di oggi, sostenuta anche dal ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti che ha chiesto ai presidi di giustificare i ragazzi in manifestazione, chiude la Week for Future che ha coinvolto milioni di persone in tutto il mondo e che è stata avviata con lo sciopero di venerdì scorso. Come già annunciato, Greta sfilerà coi manifestanti in Canada e i primi ad aprire i cortei è stata la Nuova Zelanda, dove si stima che alle proteste abbiamo partecipato complessivamente oltre 170 mila persone, pari al 3,5% della popolazione, come ha evidenziato la stessa Greta in un tweet. È stata la più grande manifestazione che il Paese abbia mai visto.
Da Milano a Palermo contro il cambiamento climatico – Migliaia di ragazzi, in un clima festoso tra manifesti e striscioni, hanno riempito Piazza della Repubblica a Roma mentre a Milano il ritrovo è a Piazza Cairoli, a pochi metri dal Duomo. In testa un risciò addobbato con cartelli di cartone pieni di slogan con studenti di ogni età, dalle elementari all’università, da Milano e dalla provincia, ma anche bambini più piccoli accompagnati da genitori o nonni. Ci sono anche gli studenti del Politecnico, con un grandissimo lenzuolo su cui hanno stampato i risultati di una ricerca svolta con i docenti sulla curva del cambiamento climatico dal pleistocene a oggi e con lo scenario futuro. E stasera si replicherà, dalle 18, per un secondo corteo. Quella di Milano è una manifestazione che chiama in causa direttamente la politica, con i giovani del Fridays for Future che accusano il governo di essere “complice del riscaldamento globale”.
“Se l’umanità non agirà adesso – è la loro tesi scritta sul grafico – causerà danni irreversibili alla vita sulla Terra, che si estenderanno per migliaia di anni”. “Potremmo essere più dei 100mila del 15 marzo – spiega Miriam Martinelli, considerata la “Greta italiana” fra un coro e l’altro urlato al megafono -. Questa estate qualcosa è cambiato, c’è più consapevolezza”. Un fiume di 5mila ragazzi si sono dati appuntamento a Venezia, mentre alcune migliaia a Torino sono partite a piazza Statuto dietro uno striscione con la scritta “Cambiamo il sistema non il clima”. “Il protocollo di Kyoto non è un film erotico giapponese”, “Ci avete rotto i polmoni“, “Proteggi la tua casa” sono alcuni dei cartelli esposti. A Trieste oltre un migliaio di persone sono partite da piazza Goldoni con sindacati e genitori che accompagnano i più piccoli, e alle 12.30 è previsto il picnic ecosostenibile e nel pomeriggio un flash mob. A Genova invece si parte da Piazza Principe e a Firenze da piazza Santa Maria Novella con oltre 10mila partecipanti. In Toscana i cortei sono anche a Livorno, Pisa, Arezzo, Siena ed Empoli. Oltre 500 gli studenti ad Aosta che al grido di slogan come “On est plus chaud que le climat” (‘siamo più caldi del clima’), “Salviamo la terra dall’effetto serra”, “Studenti di lotta il clima non si tocca”, hanno sfilato fin sotto il palazzo della Regione. Piena e coloratissima anche la piazza davanti al teatro Politeama a Palermo, dove però si sono verificati momenti di tensione: una trentina di giovani, vestiti tutti di nero, ha spezzato in due il lungo serpentone all’altezza dell’ex palazzo del Msi, creando il panico e interrompendo il corteo. Tanta gente, anche genitori con i figli delle scuole medie, ha rischiato di essere schiacciata sul cantiere della metropolitana. C’è stato un fuggi fuggi e sono entrati in azione gli agenti antisommossa.
Il caso di Palermo – Secondo alcuni testimoni il gruppo di giovani vestiti di nero, che ha gettato il panico a Palermo durante il corteo, è fuggito per le strade limitrofe. La polizia sta acquisendo elementi per identificarli. Il gruppo ha cercato di provocare gli studenti in marcia. “Sono intervenute alcune donne che si trovavano nei pressi del corteo e hanno creato un cordone – dice Giovanni Guadagna, che ha accompagnato il figlio di 11 anni alla manifestazione -. Poco dopo hanno iniziato a risalire contro mano il serpentone creando scompiglio tanto che noi genitori siamo dovuti scappare con gli studenti più piccoli rischiando di finire contro il cantiere della metropolitana. Peccato. Era una giornata di festa per mio figlio. Adesso insieme ai suoi compagni è impaurito per quanto ha visto”. Qualcuno che dai balconi di via Ruggero Settimo, dove è avvenuto il blitz nei pressi dell’ex palazzo del Msi, ha ripreso quanto accaduto. Alcuni studenti lo hanno riferito alle forze dell’ordine presenti al corteo.
Le associazioni degli studenti – “L’Assemblea delle Nazioni Unite è stata un fallimento – sottolinea Giacomo Cossu, coordinatore nazionale di Rete della Conoscenza, che ha aderito allo sciopero insieme a Unione degli Studenti e Link – Coordinamento Universitario – i potenti del pianeta non hanno intenzione di cambiare rotta per salvare il nostro futuro. Noi giovani continueremo a ribellarci contro questa classe politica, seguendo l’esempio di Greta e chiedendo che la giustizia climatica sia finanziata da chi si è arricchito con il modello economico insostenibile. Le multinazionali e i ricchi del pianeta devono contribuire alla riconversione ecologica più di tutti. Eppure il governo italiano si limita alla retorica, mentre secondo le bozze di decreto Clima intende dare sussidi ambientali dannosi fino al 2040, una scelta inaccettabile”. “Serve un cambio di rotta immediato che finanzi istruzione e ricerca per un altro modello di sviluppo sostenibile, per questo in più di 150 piazze del Paese siamo in corteo con Fridays for Future Italia per il terzo global strike al grido Change the School to Change the System”, esordisce Giulia Biazzo, coordinatrice nazionale dell’Unione degli Studenti. Per Camilla Guarino di Link Coordinamento Universitario “la conoscenza è fondamentale per cambiare il nostro modello economico e sociale insostenibile. Le università, attraverso la ricerca e il sapere scientifico, devono avere un ruolo centrale nell’indicare alla politica quali strade percorrere”.